L’America First fa la fila da Xi
Nel 2026 la diplomazia mondiale sembra avere due registri: a Washington si va ancora per paura, a Pechino sempre più spesso per necessità. E alla fine ci va anche Trump
Cronaca secca, prima dei commenti.
Pechino, 2026. Registro dei visitatori di Xi Jinping.
5 gennaio: Micheál Martin, primo ministro irlandese.
16 gennaio: Mark Carney, primo ministro canadese.
27 gennaio: Petteri Orpo, primo ministro finlandese.
29 gennaio: Keir Starmer, primo ministro britannico.
3 febbraio: Yamandú Orsi, presidente dell’Uruguay.
25 febbraio: Friedrich Merz, cancelliere tedesco.
18 marzo: Gurbanguly Berdimuhamedov, leader nazionale del popolo turkmeno e presidente dell’Halk Maslahaty del Turkmenistan.
14 aprile: Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo (è la sua quarta visita in Cina in quattro anni).
14 aprile: Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti.
21 aprile: Daniel Francisco Chapo, presidente del Mozambico.
11 maggio: Emomali Rahmon, presidente del Tagikistan.
13 maggio: Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti.
Washington, 2026. Registro dei visitatori di Donald Trump.
3 febbraio: Gustavo Petro, presidente colombiano.
3 marzo: Friedrich Merz, cancelliere tedesco.
17 marzo: Micheál Martin, primo ministro irlandese.
19 marzo: Sanae Takaichi, primo ministro giapponese.
27-30 aprile: re Carlo III e regina Camilla del Regno Unito.
7 maggio: Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile.
Due registri, due geografie del potere. Uno più corto, l’altro più lungo. Uno ancora imperiale, l’altro sempre più necessario.
Poi uno può discutere i protocolli, le formule, le sfumature. Può osservare che Trump ha incontrato altri leader fuori dalla Casa Bianca, per esempio a Davos, o in contesti multilaterali. Può obiettare che non tutte le visite hanno lo stesso peso. Benissimo. Ma la fotografia, depurata dagli abbellimenti, resta abbastanza chiara: nel 2026 la fila più lunga è davanti a Xi.
Non perché l’America sia finita. Non perché Trump sia irrilevante. Non perché la Cina sia diventata improvvisamente il nuovo paradiso della politica mondiale. La ragione è più semplice, e più scomoda. Alla Casa Bianca si va ancora per sicurezza, deterrenza, dazi, crisi, protezione, paura. A Pechino si va sempre più spesso per spazio, commercio, equilibrio, infrastrutture, alternative.
Washington resta il luogo dove si negozia con la potenza. Pechino sta diventando il luogo dove si negozia con il futuro. La differenza non è solo quantitativa. È simbolica. Nella lista cinese ci sono Europa, Nord America, Asia centrale, Sud America, Golfo, Africa. Nella lista americana prevale ancora il perimetro dell’alleanza classica, più qualche relazione difficile da ricucire.
E poi arriva il dettaglio che vale un editoriale intero. Non è Xi che inaugura il 2026 andando alla Casa Bianca. È Trump che chiude la primavera andando a Pechino. Questa, da sola, è un’immagine geopolitica. L’uomo dell’“America First”, il presidente che aveva promesso di rimettere il mondo in coda davanti a Washington, finisce nella fila più affollata del momento: quella davanti a Xi Jinping. Non è resa. Non è sconfitta. È realtà.
Ma Trump, appunto, è solo il sintomo. La malattia viene da più lontano. Gli Stati Uniti hanno progressivamente trasformato il potere in rappresentazione: Hollywood, Wall Street, Silicon Valley, conferenze stampa, branding, piattaforme, dollaro, università, storytelling globale. La Cina ha fatto il percorso opposto: ha trasformato la produzione in potere. Porti, fabbriche, batterie, terre rare, ferrovie, pannelli solari, cantieri, supply chain, dipendenze materiali.
L’America ha continuato a raccontare il futuro. La Cina ha cominciato a consegnarlo in container. Il simbolo, alla fine, pesa solo se diventa merce, nave, fabbrica, credito, dipendenza. Il potere americano resta enorme, ma sempre più spesso appare come scena. Il potere cinese è meno seducente, meno libero, meno amabile. Ma pesa. Serve. Entra nelle cose. Sta nelle merci, nei metalli, nei componenti, nei debiti, nelle infrastrutture.
Trump non inventa il declino americano. Lo teatralizza. Grida “America First” proprio perché il mondo non lo dà più per scontato. Trasforma la perdita di centralità in gesto, tariffa, minaccia, insulto. Poi però arriva la realtà. E la realtà, nel 2026, ha l’indirizzo di Pechino.
Per decenni chi voleva contare andava alla Casa Bianca. Oggi chi vuole capire dove passa il secolo va anche, e sempre più spesso, da Xi. Quando ci va perfino il presidente degli Stati Uniti, il simbolo smette di essere simbolo. Diventa diagnosi. George W. Bush andava a Pechino da amministratore dell’ordine mondiale. Barack Obama da stratega preoccupato. Trump ci va da creditore nervoso che scopre di dipendere anche dal debitore, dal fornitore e dal rivale.
Post scriptum italiano.
Mentre Trump vola a Pechino per misurare quanto pesa ancora l’America, un’altra visita, molto meno rumorosa, avviene a Reggio Emilia. Kate, la Principessa del Galles, viene a studiare il metodo nato qui: l’idea, rivoluzionaria e italianissima, che i bambini abbiano cento linguaggi. È un altro tipo di potere. Non controlla porti, terre rare o supply chain. Non sposta portaerei. Ma costruisce il luogo dove comincia tutto: la scuola d’infanzia. Forse l’Italia, quando smette di inseguire i grandi tavoli e torna alle sue invenzioni più profonde, ricorda al mondo una cosa che Washington e Pechino dimenticano spesso: il futuro non nasce solo dove si comanda. Nasce anche dove si impara a guardare.
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
Felice su Tagli alla Electrolux, sciopero anche a Solaro dopo il piano dell’azienda che annuncia 1.700 esuberi
mtn su Zanzi critica le scelte dell'amministrazione per il parco di Biumo: “Non è riqualificazione, è distruzione”
Felice su Nuovo livello del Lago Maggiore, protestano albergatori e gestori di spiagge
Felice su La bici vale miliardi: sei percorsi ciclabili attraversano la provincia di Varese
GrandeFratello su La bici vale miliardi: sei percorsi ciclabili attraversano la provincia di Varese
lenny54 su Nuovo livello del Lago Maggiore, protestano albergatori e gestori di spiagge






Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.