L’economia al servizio dei cittadini

Con il Piano nazionale per l’economia sociale, l’Italia riconosce cooperative, imprese sociali e realtà comunitarie come protagoniste della politica industriale. Una svolta che parla anche a Varese e al futuro dei territori

Assemblea Confcooperative Insubria

L’approvazione del Piano nazionale per l’economia sociale segna un passaggio culturale e strategico di grande rilievo: per la prima volta, il valore delle imprese radicate nelle comunità viene riconosciuto non solo sul piano sociale, ma come leva di competitività e sviluppo. Una scelta che invita a ripensare il rapporto tra crescita economica, coesione territoriale e capacità di costruire il futuro partendo dai luoghi in cui il valore nasce.
Il commento di Mauro Frangi Presidente di Confcooperative Insubria
_______________

Qualche settimana fa, commentando la ricerca della Camera di Commercio di Varese dedicata all’economia sociale, osservavo come il nostro territorio possedesse già una delle infrastrutture più importanti per il proprio futuro. Una rete fatta di cooperative, imprese sociali, associazioni, fondazioni, mutue, volontariato organizzato e imprese profondamente radicate nelle comunità. Oggi quella riflessione trova una conferma importante.
L’approvazione nell’ultimo Consiglio dei ministri del “Piano nazionale per l’economia sociale” potrebbe sembrare una notizia destinata solo agli addetti ai lavori. Non lo è. Il suo significato va ben oltre le misure che contiene. Segna un cambiamento nel modo in cui l’Italia guarda al proprio modello di sviluppo.

UNA STAGIONE NUOVA

Recependo la Raccomandazione europea del 2023, il nostro Paese – per la prima volta – afferma con chiarezza che cooperative, imprese sociali, fondazioni, mutue e gli altri soggetti dell’economia sociale vengono riconosciuti non solo per il loro contributo alla coesione sociale, ma come una componente della politica industriale nazionale. È un passaggio che va ben oltre il perimetro dell’economia sociale. Per molti anni abbiamo pensato che la crescita dipendesse soprattutto dalla capacità di produrre ricchezza, lasciando poi allo Stato il compito di redistribuirla e di correggere gli squilibri del mercato.
Oggi questa lettura non basta più. Non è un caso che questa svolta maturi mentre l’Europa discute di autonomia strategica, competitività, Made in Europe, economia al servizio dei cittadini e delle indicazioni contenute nel Rapporto Draghi. Tutti segnali di una stagione nuova, nella quale la politica industriale non riguarda soltanto ciò che produciamo, ma anche la capacità di trattenere nei territori imprese, competenze, capitale e valore. Emerge una parola destinata a diventare sempre più centrale: radicamento.

IMPRESE RADICATE NEI TERRITORI

In un’economia globale, nella quale capitali e centri decisionali si spostano con rapidità, il radicamento delle imprese nei territori non rappresenta un limite. È un fattore di competitività. Significa mantenere vicino ai luoghi in cui il valore viene genrato anche la capacità di decidere, di investire, di innovare e di costruire opportunità per il futuro. È proprio questo il messaggio più innovativo del Piano nazionale. Per molti anni abbiamo considerato la forma dell’impresa una questione secondaria. Il Piano afferma, invece, un principio diverso: anche il modo in cui un’impresa organizza il capitale, reinveste gli utili, coinvolge le persone e si lega al territorio produce effetti sulla competitività del Paese.

VALORI, INVESTIMENTI, CENTRI DECISIONALI, LAVORO E COMPETENZE

La vera domanda che dobbiamo porci, dunque, non è solo quanto cresce il PIL. Occorre domandarsi dove rimangono il valore prodotto, i centri decisionali, gli investimenti, le competenze e il lavoro di qualità. Una comunità è più forte quando riesce a mantenere sul proprio territorio non solo la produzione, ma anche la capacità di decidere il proprio futuro. Dentro questo scenario il Piano nazionale introduce una novità di grande rilievo. Riconosce che la forma dell’impresa non è neutrale. Per molti anni abbiamo pensato che tutte le imprese fossero uguali e che contassero solo i risultati economici. Il Piano afferma invece un principio nuovo: anche il modo in cui un’impresa organizza il capitale, distribuisce gli utili, coinvolge le persone, investe sul territorio e costruisce il proprio futuro è una scelta di politica economica. Produce effetti sulla competitività del Paese almeno quanto una politica fiscale o un incentivo pubblico. È la ragione per cui oggi l’economia sociale viene riconosciuta come parte della politica industriale.

LA FORMA COOPERATIVA

Le cooperative sono imprese che competono sui mercati, investono, innovano, esportano e creano occupazione. Ma sono anche imprese che scelgono di reinvestire il valore prodotto, di coinvolgere le persone nei processi decisionali, di mantenere un legame stabile con le comunità nelle quali operano. È questo radicamento il loro principale punto di forza. Quando il valore creato continua a essere reinvestito nell’impresa, nel lavoro e nella comunità, cresce la resilienza del sistema economico. Crescono le opportunità per i giovani. Cresce la qualità dello sviluppo. Cresce la capacità di un territorio di affrontare le trasformazioni senza perdere la propria identità. Per questo il Piano va ben oltre l’economia sociale. Ci ricorda che non esiste una buona politica industriale senza una visione della società che vogliamo costruire. E ci dice che competitività e coesione non sono obiettivi alternativi. Possono rafforzarsi reciprocamente quando il profitto torna ad essere uno strumento per creare sviluppo e non l’unico fine dell’impresa.

UNA PROSPETTIVA DI SISTEMA

È una sfida che riguarda tutti. Ma riguarda in modo particolare territori come il nostro. La nostra provincia possiede molte delle caratteristiche che oggi l’Europa considera strategiche: una manifattura fortemente orientata ai mercati internazionali, una rete diffusa di piccole e medie imprese, un sistema cooperativo vitale, l’università, il volontariato organizzato, un patrimonio di capitale sociale costruito nel tempo. Spesso osserviamo questi elementi separatamente. Il Piano nazionale ci invita invece a considerarli come parti di un unico ecosistema di sviluppo. È una prospettiva che dovrebbe interessare tutto il sistema economico varesino, non soltanto il mondo della cooperazione. Perché la vera sfida dei prossimi anni non sarà scegliere tra economia e solidarietà, tra mercato e comunità. Sarà costruire un’economia capace di tenere insieme competitività, innovazione, partecipazione e coesione. Un’economia nella quale il valore prodotto continui a generare sviluppo proprio nei territori dove nasce. Naturalmente un Piano, da solo, non basta. Serviranno politiche coerenti, strumenti finanziari adeguati, una pubblica amministrazione capace di accompagnare l’innovazione e una forte collaborazione tra istituzioni, imprese e rappresentanze sociali. Ma il segnale è chiaro. L’economia sociale non viene più considerata un settore da sostenere. Viene riconosciuta come una delle infrastrutture della competitività italiana. Forse è proprio questa la notizia più importante anche per Varese. La vera sfida, oggi, è avere la consapevolezza e il coraggio di farne uno dei motori dello sviluppo futuro.

Mauro Frangi

Presidente Confcooperative Insubria

 

Tutti gli eventi

di luglio  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

di
Pubblicato il 07 Luglio 2026
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.


Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.