‘Ndrangheta, a Malpensa l’arresto del boss
Una maxioperazione animafia della Dda di Reggio Calabria ha colpito soprattutto il potentissimo clan dei Piromalli: ventuno le ordinanze di custodia, una eseguita in aeroporto
Ventuno ordinanze di cuistodia in tutta Italia (diciotto fin qui i fermati), di cui una eseguita a Malpensa: questa la portata dell’operazione "Cent’anni di Storia", diretta principalmente contro il clan Piromalli della ‘ndrangheta e partita da Reggio Calabria, attraverso la locale Direzione distrettuale antimafia, le Squadre Mobili di Reggio calabria, Roma e Milano e i Ros. Presso l’hub insubrico dunque uno dei fermi, a carico di Antonio Piromalli, 36enne di Polistena: stava rientrando dagli Stati Uniti. Domani si terrà per lui l’udienza di convalida di fronte al gip del tribunale di Busto Arsizio.
L’arresto, come tutti gli altri compiuti ieri, è giunto al termine di un’attenta indagine riassunta in ben 1.026 pagine di provvedimento firmato dal procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e dai sostituti Boemi, Di Palma, Pennisi, Prestipino e Miranda. Un’operazione in grande stile incentrata sull’analisi delle lotte di potere per il controllo del grande porto di Gioia Tauro ("l’abbiamo costruito noi, decidiamo noi cosa ci si fa", "abbiamo cent’anni di storia" le frasi colte nelle intercettazioni), dei conflitti tra ‘ndrine un tempo legate da affiliazioni, come i Piromalli e i Molè, infine dei contatti che regolarmente si cercava di stringere con la politica e non solo. L’indagine ha preso spunto dalle grandi manovre attorno ad alcune concessionarie di servizi attive nel Porto di Gioia Tauro, in particolare una di queste, recentemente liquidata e rilevata, non senza l’obbligatorio assenso e appoggio dei clan Piromalli e Alvaro, da un gruppo che faceva capo ad un imprenditore romano, Pietro D’Ardes, ed aveva appositamente costituito la «Coop Lavoro». L’affare era ghiotto: la frattura tra Piromalli e Molè, loro vecchi compari, è avvenuta per questioni di soldi; ai Molè come alleati dei Piromalli sono subentrati gli Alvaro. Il 1° febbraio scorso ha preso a scorrere il sangue con l’assassinio di Rocco Molè, reggente dell’omonimo clan; a seguire la fine atroce dell’imprenditore Antonino Princi, ritenuto vicino ai Molè e morto dopo giorni di agonia per un’autobomba in pieno centro a Gioia Tauro. Nell’inchiesta reggina, ben presto estesasi a vari ambiti, è entrato anche il nome di Aldo Miccichè, tra i fermati e considerato "faccendiere di fiducia" per i clan: l’uomo era già stato al centro delle cronache prima delle elezioni per presunti tentativi di broglio elettorale sul voto degli italiani all’estero, peraltro ininfluente dati i risultati delle urne. Attraverso Miccichè, da tempo all’estero, i clan cercavano contatti con importanti uomini politici di livello nazionale, cercando di "agganciare" il senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro della giustizia Clemente Mastella dietro promessa di pacchetti di voti, ma senza successo – il ministro in particolare avrebbe subito troncato una telefonata giuntagli dal Miccichè. Sembra infatti che ai clan premesse trovare il modo di liberarsi del sistema di detenzione carceraria del "41bis": al carcere duro in quel di Tolmezzo si trova infatti il boss Giuseppe Piromalli, arrestato nel 1999.
Le persone colpite dalle misure fanno parte delle famiglie Alvaro, Piromalli, Molè e Stanganelli, alcuni sono giovanissimi (fino a 18 anni appena); inoltre ci sono Miccichè (uno dei tre ancora a piede libero), D’Ardes, il suo legale Giuseppe Mancini, funzionari e dipendenti che ruotavano attorno alla «All Services» e ad altre ditte attive presso il porto di Gioia Tauro.
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