L’Italia ha ancora molte carte da giocare
Volendo sintetizzare quanto affermato fino ad ora e sottolineare il primo step del nostro percorso, possiamo affermare che fortunatamente, come sottolineano economisti inclini ad un moderato ottimismo, sono ancora numerosi i punti di forza sui quali fare leva per un rilancio dello sviluppo del Sistema Paese.
In primo luogo circa cinquemila imprese di medie dimensioni, ben gestite ed avviate sia sul percorso dell’innovazione che dell’internazionalizzazione, con un indotto di filiera di almeno centotrentamila altre aziende terziste, qualche decina di distretti industriali in via di trasformazione e che fanno da incubatori per lo sviluppo di “multinazionali tascabili”, alcune eccellenze nel campo delle conoscenze di base ed applicate,una non sopita reattività sociale e un forte recupero nell’utilizzo dell’ITC nella Pubblica Amministrazione.
Questi elementi possono attivare il virtuoso circuito tecnologia-innovazione-crescita e sviluppare attività definibili come “leading edge projects”,intesi come catene di processi complessi che richiedono conoscenze e competenze articolate e molteplici attivatori e protagonisti che debbono essere focalizzati alla soluzione dei nostri problemi strategici(rete di servizi del Sistema Paese, traffico/ trasporti/ logistica, salute/ sanità, scuola/formazione,ecc.) o aziendali complessi, posizionamento, delocalizzazioni, acquizioni/ integrazioni, ecc.).
Deve però essere chiaro che il cambiamento deve continuare e che non è più possibile utilizzare le ricette che nel passato hanno consentito il superamento di momenti congunturali.
Oggi è necessaria un’integrazione stretta tra attività produttive e commerciali, è indispensabile una crescita verticale con “acquisti” di quote di mercato, servono passaggi da strategie puramente esportative ad obbligo di radicamento territoriale sui mercati di sbocco, con reti di vendita, filiali commerciali estere per l’assistenza alla clientela,valorizzazione dei marchi ed accesso alle aree di conoscenza tecnologica e scientifica.
Serve poi un’integrazione tra i distretti industriali linearizzati, le imprese a conduzione famigliare, con la risoluzione del tema della governance e l’ambito istituzionale ; occorrerà agire per superare i vantaggi competitivi non duraturi nel tempo (quelli interstiziali, di nicchia di mercato o prodotto) e sostituirli con quelli relativi al “capitale intangibile”(umano), duraturi perchè non imitabili.
Questo significa anche saper far interagire i legami forti e corti dell’ambito locale (quelli parentali,di vicinato, di comunità) con le reti più lunghe e complesse di carattere globale caratterizzate dal talento,dalla competitività e dal merito.
Per ottenere questi risultati occorre la consapevolezza che la questione della competitività non è legata solo alla disponibilità di ingenti capitali, perchè se ci sono buoni progetti ed opportunità di sviluppo, questi arrivano, ma al superato concetto italiano dell’eccesso di controllo aziendale e di ridotto gusto del rischio.
Troppe volte infatti l’interesse dell’imprenditore/gestore ha il sopravvento sul progetto imprenditoriale,sul piano industriale e sulla capacità ed autonomia del management.
Oggi le sfide competitive si vincono nel nostro Paese con una classe dirigente più responsabile e dotata di una nuova cultura, conseguenza di un’integrazione dialettica tra imprenditoria e managerialità, fondata su:
crescita dimensionale e internazionalizzazione,
capacità di fare squadra(dentro e fuori l’azienda)
gestione delle deleghe,programmazione e diffusione di governance responsabilità estese sui portatori di interessi (stakeholder) organizzazioni che apprendono
adozione di metodologie processuali.
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