“Motosega selvaggia” al cimitero
Pecchini (Ulivo) chiede chiarimenti con un'interrogazione urgente: «Si abbatte troppo e affrettatamente». In atto piantumazioni sostitutive
Al cimitero di Busto spariscono gli alberi, abbattuti in massa (eccetto che nel vialone principale): Mariella Pecchini, consigliere comuanle dell’Ulivo, non ci sta e, ascoltate le lamentele di vari cittadini, presenta un’interrogazione urgente a risposta scritta al sindaco. Lo spettacolo presentatosi negli scorsi giorni agli occhi di chi si recava presso le tombe di parenti e amici è apparso ancora più triste del solito: molti dei cipressi che adornavano il cimitero sono caduti vittime di un taglio generalizzato, per essere rimpiazzate da alberelli di minor presenza scenica – almeno per ora, ma basta pazientare qualche decennio… – ma che dovrebbero essere piazzati in gran numero (gli addetti parlano di duecento esemplari).
Spiega Pecchini motivando la sua richiesta: «Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non è solo il cimitero, più volte si sono viste gestioni discutibili del verde pubblico – si pensi alle vicende di via Minghetti-via Rosa, corso Italia, e altre ancora… sempre abbattimenti seguiti da ripiantumazioni, non sempre ben riuscite». Nel caso specifico del cimitero, riferisce l’esponente dell’Ulivo, l’abbattimento si basa su una perizia di un agronomo, stilata ancora sotto l’amministrazione Rosa, che identificherebbe come malate tutte le piante poi abbattute; il documento tuttavia non è stato ancora portato a conoscenza dei consiglieri.
Si diceva inoltre che le radici degli alberi provocavano danni alle stesse sepolture. «I cipressi non hanno radici così invasive», contesta Pecchini, «e alcuni di quelli abbattuti erano quasi centenari. Non sono un’esperta, ma com’è che tutti erano malati? Più di una quarantina di alberi abbattuti: perchè non abbattere solo quelli effettivamente a rischio? Come giustificazione mi sono sentita dire da alcuni responsabili "Devono essere tutti uguali" e "Se cade un ramo in testa a qualcuno ne rispondiamo noi"».
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