Per chi lavorava il laboratorio di Cavaria?

Il livello del lavoro nero in provincia è ormai intollerabile

Nel nostro territorio, una delle aree industrializzate più sviluppate d’Europa, la realtà economica e produttiva locale, per perseguire la massima potenzialità di sviluppo, deve essere in grado di eliminare la piaga del lavoro nero e sommerso, un fenomeno che ha raggiunto un livello intollerabile.

Il laboratorio clandestino chiuso a Cavaria dopo il blitz della squadra mobile della questura di Varese ha portato alla luce l’ennesimo indescrivibile caso di sfruttamento: dieci lavoratori costretti a lavorare in condizioni disumane giorno e notte, alternandosi a vicenda dalle macchine da cucire alle attigue brandine, veri casi di moderna schiavitù.

Il laboratorio di via dei Portoni, 26 a Cavaria era nascosto nel seminterrato di una villetta , abilmente nascosto, ma probabilmente anche celato da una sorta di indifferenza che rischia di coprire casi di sfruttamento e di negazione dei minimi diritti umani nonché di quelli contrattuali e di sicurezza, nel nostro territorio, uno dei più industrializzati.

La protesta verso questi episodi non deve essere però "anticinese".

Il titolare dell’impresa (PER ALTRO INDIVIDUALE E CON ISCRIZIONE ALLA CAMERA DI COMMERCIO) sfruttava i propri connazionali madi solito, moltissimi laboratori lavorano per contoterzisti che, a loro volta, ricevono la merce da case di abbigliamento ITALIANE, magari anche note e prestigiose.

Può apparire un’ovvietà chiedersi per chi lavorava questo laboratorio clandestino (e per chi lavoravano quelli scoperti a Castronno e a Varese). E’ un dovere però trovare delle risposte: troppo spesso le loro produzioni sono una forma di "lavoro decentrato conto terzi a basso costo". Sarebbe interessante conoscere a quali fabbriche erano destinati i prodotti del laboratorio clandestino scoperto; conoscere, per esempio, quale rapporto esisteva con la distribuzione locale.

Per combatterlo con successo, il fenomeno del lavoro nero e dell’economia sommersa va aggredito con decisione.

A questo proposito è importante e fondamentale l’impegno della Commissione Provinciale di Vigilanza e Controllo (proprio nei giorni scorsi l’ispettorato del lavoro di Varese ha fornito i dati sul lavoro nero in provincia e CGIL CISL E UIL diffonderanno proprio in questi giorni un volantino unitario che indicherà le linee dell’intervento sindacale unitario per combattere il fenomeno del lavoro nero).

Occorre infatti rilanciare nel territorio una stretta collaborazione tra il sindacato confederale unitario, l’Univa, le Associazioni Artigiane (Ass. Artigiani di Varese e CNA), le Amministrazioni Comunali e la suddetta Commissione Provinciale a cui fanno parte Ispettorato del Lavoro, INPS, INAIL, ASL) per reprimere il fenomeno con interventi immediati e mirati, conoscendolo meglio anche per la sua diffusione categoriale e per tipologia di lavoro per poterlo combattere con successo attraverso denunce sempre più precise.

Per quanto riguarda il sindacato, la CGIL da tempo riceve denunce circostanziate di lavoro nero che comunica poi con precisione, attraverso la commissione provinciale, agli enti ispettivi preposti ed invita i lavoratori a segnalare eventuali casi di non rispetto contrattuale.

E’ necessario realizzare un maggior controllo del lavoro decentrato attraverso la contrattazione aziendale ed utilizzando gli articoli dei contratti nazionali che prevedono questo monitoraggio, attraverso il coinvolgimento dei delegati delle Rappresentanza Sindacali Unitarie.

Umberto Colombo
della Segreteria della Cgil Varese

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Pubblicato il 08 Marzo 2001
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