Un Premio, un altro Premio, un Premio ancor…
Da quasi vent’anni ci manca l’arguzia di Piero Chiara
Qui a bottega (come dice il grande Claudio Del Frate, cui mancava solo la medaglia al valore conferitagli da "Alì Bebè ed i quaranta sciocchini" allo Stadio di Varese la scorsa domenica per poter essere considerato un vero Maestro) ci viene chiesto spesso perché non parliamo del Premio Chiara.
A parte il fatto che spesso se ne parla e se ne è parlato a noi interessa maggiormente dedicarci agli scrittori piuttosto che ai Premi loro intitolati.
Così oggi ci dedichiamo con grande piacere, e con un po’ di timore reverenziale, all’opera del "Pierino di Luino". Premessa: Piero Chiara scriveva in modo delizioso. Aveva un tocco lieve, delicato, una scrittura piana e lineare che ha offerto chiarezza e sottile piacere a generazioni di lettori. Non ricordo di aver mai trovato, nei suoi testi, dei passaggi arzigogolati, dei periodi confusi, eppure la sua scrittura era colta e raffinata, ricca di vocaboli e molto curata nella forma. Insomma, uno scrittore che sapeva unire la chiarezza allo scrivere colto, rarità per i suoi tempi, rarità estrema oggi.
Non fu autore estremamente prolifico, complessivamente, a memoria, conto una ventina di volumi da lui pubblicati, tra romanzi, racconti e saggi romanzati. Non raggiunse la quantità mostruosa di produzioni di uno scrittore che, e spiegherò meglio in seguito il perché, considero a lui molto vicino, e cioè Georges Simenon; ma questo accadde probabilmente anche perché l’attività di scrittore iniziò per Chiara in età non giovanissima ed ebbe prematura conclusione nel 1986.
Dicevamo di Simenon e della somiglianza tra i due scrittori; potremmo in realtà allargare tale similitudine anche ad altri raccontatori ma, limitandoci al genio belga, quello che colpisce è la capacità di lettura dell’animo umano di cui sono ricolme le pagine dei due scrittori.
Chiara e Simenon seppero descrivere con precisione chirurgica le debolezze umane, quelle nascoste dalla patina sottile della civiltà e della buona educazione borghese. I loro personaggi non risultano mai epici, rifuggono da ogni sorta di eroismo, sono umani a tutto tondo con la cospicua dote di difetti che, uniti a qualche pregio, sono patrimonio di tutti noi.
La capacità di "vedere l’uomo" nel suo profondo, oltre ogni apparenza, fu la vera e straordinaria dote di Piero Chiara che ad essa unì un talento narrativo decisamente inconsueto.
Se molto piacevole è la lettura dei suoi romanzi, da cui sono state tratte opere cinematografiche di ottimo livello, semplicemente fenomenale è divorare i suoi racconti, nei quali Chiara ha saputo esprimere il meglio di sé e della sua arguzia. Permeati da una ironia mai volgare, ricchi di descrizioni di uomini e paesaggi come raramente accade di trovare altrove, i racconti di Piero Chiara sono probabilmnte il frutto migliore del suo talento e, giustamente ispirati da tale ricchezza, i due ideatori del Premio (visto che ne parliamo, alla fine?) dedicato a Chiara, Pierfausto Vedani e Massimo Lodi (ora non più coinvolti nella vicenda), ne fecero un concorso dedicato al racconto e non al romanzo. Una scelta rispettosa dello scrittore e del suo miglior talento.
Una bibliografia di ottima fattura di Piero Chiara è stata pubblicata da Federico Roncoroni nel 2005 per i tipi di Nicolini Editore. Non cercate invece notizie dello scrittore nel sito dedicato al Premio a lui titolato, non ve n’è traccia, ma forse è meglio così.
Buona lettura a tutte/i
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