Ippodromo bruciato: “Sì, è stato Leppek”
La procura chiude l’indagine e manda a processo, con il giudizio immediato, lo stalliere tedesco che ammise di aver causato il rogo doloso per vendetta
L’uomo che si è autoaccusato di aver dato fuoco agli uffici dell’ippodromo di Varese, Thomas Leppek, stalliere e bevitore, sarà giudicato con il rito immediato senza passare dall’udienza preliminare
(leggi, HO INCENDIATO IO L’IPPODROMO).
Lo ha deciso il pm Annalisa Palomba, che ha così chiuso la prima parte dell’inchiesta sul rogo di via Ippodromo, incendio avvenuto il 28 febbraio 2014 e che arrivò nel mezzo di una dura protesta dei lavoratori delle scuderie Olona: come ricorderete, il presidente della società di gestione dell’ippodromo, Guido Borghi, era intenzionato a trasferire le scuderie stesse a Caravate per liberare l’area adiacente al campo di gara, ma gli allenatori degli equini raccolsero migliaia di firme contro questo progetto, che prevedeva in definitiva l’urbanizzazione di quell’area.

Leppek aveva attribuito la sua rabbia proprio a questa vertenza, e al fatto che voleva dare un segnale di riscatto degli stallieri. Il tedesco tuttavia non era stato subito chiaro nelle informazioni date agli inquirenti: trovato con le mani bendate a seguito di un’ustione, aveva inizialmente riferito di essersi scottato mentre stava cercando di riscaldarsi con un braciere. Faceva freddo in quei giorni e a causa del taglio dell’elettricità alle scuderie (per una morosità della Svicc) era rimasto al buio e senza riscaldamento nel suo alloggio situato proprio nella zona dove vivono i cavalli.
Cavalli, debiti, vertenze, incendi. A conti fatti, non tutto è ancora chiaro in questa storia. Sulla gestione complessiva dell’ippodromo permangono diverse criticità e la procura dovrebbe avere ancora in corso attività di indagine: ad esempio gli allevatori, nelle interviste di quei giorni, avevano detto di non credere che Leppek avesse fatto tutto da solo (leggi, THOMAS NON E’ DIABOLIK).
Ma al di là dei sospetti unilaterali, rimane da valutare anche il fatto che la Svicc (Società varesina incremento corse cavalli) avesse in corso diversi contenziosi in tribunale con fornitori che chiedevano crediti non riscossi.
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