“Il federalismo non è la panacea di tutti i mali”

Presentato da Ubi Banca il "XV rapporto sull'economia globale e l'Italia". Giorgio Arfaras, economista del Centro di ricerca e documentazione "Luigi Einaudi", replica al leghista Dario Galli, presidente della Provincia

presentazione del xv rapporto del centro luigi einaudi organizzato da ubi banca

«Attenzione che il federalismo non è la panacea di tutti i mali. Anzi, in genere produce più debito. Se voi, ad esempio, sommate il debito dello stato tedesco con quello dei singoli land che lo compongono, raggiunge i livelli di quello italiano». Peccato che quando Giorgio Arfaras, economista del Centro di ricerca e documentazione “Luigi Einaudi”, pronuncia queste parole, il presidente della Provincia, Dario Galli, se ne sia già andato dalla Sala Montanari.

Eppure, proprio l’amministratore della Lega Nord nel suo intervento fiume, durante l’incontro organizzato da Ubi Banca per la presentazione del “XV rapporto sull’economia globale e l’Italia” (Guerini e Associati), aveva sollevato il problema, facendo l’elenco dei buoni e dei cattivi: da una parte il federalismo, dall’altra lo stato centralista; l’economia virtuosa, fatta di sudore e produzione concreta, e l’economia cattiva, rappresentata dalla finanza e dalle banche che usano il territorio come «terreno di conquista»; le aziende che chiudono e vanno in Svizzera e quelle che resistono massacrate dalle tasse; dimenticando in questo gioco dei buoni e dei cattivi il ruolo fondamentale che deve svolgere la politica, categoria a cui appartiene e che in questo momento è impegnata a fare altro. A ricordarglielo è stato il presidente degli industriali Michele Graglia, intervenuto subito dopo.

La relazione di Arfaras, sul rapporto del Centro Einaudi, curato dall’economista Mario Deaglio, è partita proprio dal titolo della pubblicazione: “La ripresa, il coraggio e la paura”.
«Un titolo un po’ strano. – ha fatto notare il moderatore dell’incontro, il giornalista Gianfranco Fabi, vicedirettore del “Sole24ore”-. Questi sono concetti che non appartengono all’economia».
«In economia – ha risposto Arfaras – il coraggio è la grande propensione al rischio, ovvero le azioni. Il mondo della paura, invece, è rappresentato dalle obbligazioni. Dieci anni fa il mondo delle obbligazioni equivaleva al valore delle borse, mentre oggi le borse dei paesi sviluppati valgono il 40 per cento delle obbligazioni delle nazioni. Pochi anni fa negli Usa il rapporto tra azioni e obbligazioni era 7 a1. Oggi è 2 a 1». Ergo sta prevalendo la paura.

Anche la storia della crisi viene riletta dall’economista in un modo diverso, non tanto nei fatti, quanto nelle ragioni che l’hanno originata. «I mutui ipotecari, i subprime – spiega Arfaras – sono stati concessi alle fasce deboli della società americana, i neri e gli ispanici. Con gli immobili acquistati hanno finanziato il loro debito e finché ha retto si sono potuti permettere la scuola, la sanità e una vita diversa. Insomma, il mutuo ipotecario voleva fare il bene ma ha prodotto il male».
La vera cambiale che pesa sugli italiani è il debito pubblico. Come fare ad affrontarlo?Arfaras per rappresentare il debito usa un’immagine originale: la vasca da bagno. «Quella italiana è piena fino all’orlo, ovvero il 100 % del Pil (prodotto interno lordo, ndr). C’è un rubinetto, il flusso e uno scolo. Il capo dello scolo è Tremonti. Ora se uno guarda il debito pubblico da un punto di vista dinamico non è peggio degli altri, il vero problema è controllarlo. So che adesso qualcuno mi accuserà di essere tremontiano».

Il mondo rappresentato nel rapporto del Centro “Luigi Einaudi” non è manicheo. Non c’è il sudore buono e la finanza avida. C’è un’analisi realistica che parte dai dati e invita, soprattutto i media, a fare attenzione nel maneggiarli e a non scambiare “un rimbalzo” per una “ripresa”. «In genere ci viene comunicato che investimenti, esportazioni, consumi e produzione – spiega Arfaras – sono variati di un tot per cento nell’ultimo trimestre e questo ci deve bastare. Mentre i valori assoluti dei fenomeni sono citati sempre con minor frequenza e invece sono quelli che ci danno un quadro della situazione».

Dalla crisi si uscirà. Nessuno però sa dire quando, nemmeno Arfaras. Sul come se ne uscirà, entra di nuovo in gioco il coraggio che prevale quando gli investimenti superano gli ammortamenti. In Italia sembra invece prevalere la paura dell’errore: le nuove imprese fanno fatica a trovare finanziatori e il capitale di ventura (venture capital), la cui vocazione è rischiare su un progetto ad alto potenziale di sviluppo nella fase di avvio di un’impresa, è quasi inesistente. «Eppure la storia insegna – conclude Arfaras – che anche nell’errore ci puo’ essere una vittoria. Isabella di Castiglia finanziò la spedizione di Cristoforo Colombo impegnando i gioielli della corona spagnola. Ma il successo di quella spedizione si basa su un errore clamoroso: Colombo pensava di aver scoperto la rotta per le Indie, invece era approdato in America».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 28 gennaio 2011
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