La letteratura salvò “la guerra” di Curzio Malaparte

Il nuovo libro dello storico Enzo Rosario Laforgia "Malaparte scrittore di guerra" (Vallecchi) ricostruisce una delle figure più controverse del giornalismo e della letteratura del Novecento

Ci sono due cose che hanno segnato la vita di Curzio Malaparte (Kurt Erich Suckert): la guerra e la scrittura, in quest’ordine preciso. Nascere nel 1898 significava infatti avere davanti due conflitti mondiali che con la loro devastazione materiale e morale hanno segnato l’intero Novecento e gli uomini che lo hanno attraversato.
A 16 anni Malaparte era già arruolato come volontario e combatté fino alla fine della Prima guerra mondiale nella Brigata Cacciatori delle Alpi . Da quell’esperienza, oltre ai terribili ricordi, lo scrittore ereditò anche un’infezione ai polmoni, causata dai gas chimici respirati in trincea.
Dal 1914 al 1939 viaggiò nelle colonie italiane nell’Africa Orientale e, come corrispondente di guerra del “Corriere della Sera”, dal 1940 al 1945, fu testimone consapevole degli orrori di un conflitto che non risparmiava nessuno.
Malaparte scrittore di Guerra” (Vallecchi), dello storico Enzo Rosario Laforgia, nei primi due capitoli (“La guerra impaginata” e “Corrispondente di guerra”) ricostruisce gli aspetti che hanno segnato la vita professionale dello scrittore: il suo rapporto controverso con il fascismo e quello di odio e amore con Aldo Borrelli, allora direttore del quotidiano di via Solferino.
Durante il Ventennio l’informazione era controllata direttamente dal regime e a Malaparte questo aspetto creò moltissimi problemi. Il suo fiuto giornalistico e la sua capacità di raccontare ciò che accadeva realmente sui vari fronti di guerra davano fastidio. Borrelli, che stimava moltissimo il suo inviato, doveva continuamente intercedere presso il Minculpop (Ministero della cultura popolare) per evitare provvedimenti spiacevoli e per il giornale e per il giornalista.
I toni che usa Malaparte nelle sue corrispondenze non sono però sempre privi di ombre. Ad esempio, c’è uno scarto evidente nello “sbilanciamento politico” a favore del fascismo presente negli articoli di Malaparte in qualità di corrispondente dalla Grecia prima dell’invasione italiana, rispetto alle corrispondenze dal fronte russo, dove prevale la la dolorosa consapevolezza di una guerra nuova, più tecnica, «dalla natura quasi tayloristica». Persino i feriti sono ben diversi da quelli che lo scrittore aveva visto durante la Grande guerra («sembrano operai vittime di un infortunio sul lavoro piuttosto che soldati feriti in combattimento»). Malaparte, al seguito delle truppe tedesche in Bessarabia e in Ucraina, racconta la guerra totale in modo dissonante rispetto ai bollettini di guerra dell’alleato e alle veline fasciste. Nelle sue cronache trovano posto la pietà, l’umanità e l’eroismo del “nemico” russo che resiste alla devastante macchina da guerra nazifascista.
Ciò che il giornalista non potrà raccontare, a causa dei tagli e delle manipolazioni della censura di regime, diventerà materiale per lo scrittore, come nel caso della strage della comunità ebraica di Jassy, in Romania, che diventerà un capitolo del romanzo “Kaputt”.
La vita del romanziere però non fu più facile di quella del corrispondente di guerra. Gli ultimi due capitoli del libro di Laforgia raccontano infatti il passaggio dalla cronaca ai libri ispirati a quegli anni: “Il sole è cieco” e “Il Volga nasce in Europa”. Un passaggio segnato dal rapporto burrascoso con gli editori Mondadori e Bompiani e dall’ansia di affermare definitivamente il proprio antifascismo.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 maggio 2011
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