Mucca pazza: i produttori di latte sono tranquilli
Suscita inquietudine la notizia che la Gran Bretagna stia studiando i possibili rischi per il latte. In Italia la situazione è meno preoccupante, anche se tutti invocano maggior chiarezza
| Che la mucca pazza ci facesse diventare un pò meno carnivori, questa era una cosa prevedibile. Ma che la mucca pazza potesse "contaminare", almeno psicologicamente, un alimento utilizzatissimo anche da noi come il latte ha creato molta più inquietudine negli italiani. E nei varesini pure, anche perché se nelle nostre zone la produzione di carne non è tradizionale, diverso è il caso della produzione di latte e derivati, dove si registrano in provincia almeno tre industrie lattiero casearie e una cooperativa indipendente di produzione di latte.
"Noi non vogliamo esprimere commenti diretti: siamo fin troppo di parte. Facciamo però nostre le parole del ministro: ci piace sapere dagli scienziati che non ci sono collegamenti tra mucca pazza e latte – spiega Carlo Crosti, responsabile commerciale della Prealpina Latte – Gli allevatori che conferiscono il latte alla nostra cooperativa sono esclusivamente della provincia di Varese, e perciò anche più "controllabili" dagli stessi clienti. E’ da sottolineare anche che da noi si produce latte di alta qualità, il che significa che i processi di controllo della qualità costringono anche gli allevatori ad una attenzione più severa. Per questo siamo tranquilli, e ce la sentiamo di tranquillizzare i clienti riguardo al nostro prodotto, partendo in particolare dalle mucche che lo forniscono. Se perplessità ci dovessero essere, potrebbero esserci sul latte proveniente dall’estero". "Ci mancava pure la mucca pazza – sbotta Carla Zoppini, allevatrice con cento capi e una fattoria famosa alla Schiranna, il Barich – se comincia pure quella possiamo chiudere". La Zoppini, che conferisce latte alla Carnini, dà da mangiare ai suoi capi "trinciato di mais, fieno, sali minerali e mangime": le sue mucche, dunque, sembrano vegetariane, contrariamente a quelle che si sono ammalate mangiando farine animali e contribuendo così alla diffusione del morbo. "Il fatto che degli animali vegetariani ed erbivori mangino farine animali contribuisce a diffondere il morbo, almeno tra le mucche, molto più di quello che ragionevolmente dovrebbe capitare – spiega Loredano Pollegioni, professore associato di chimica biologica all’università dell’Insubria – va tenuto presente che il cosiddetto "morbo della mucca pazza" non si diffonde a causa di un virus o di un microbo, ma assumendo la proteina alterata che è causa della malattia. Ciò rende inutili eventuali precauzioni riguardo all’ambiente, e rende incomprensibile l’abbattimento dei 150 capi della stalla bresciana per il solo fatto di aver "coabitato" con la mucca infetta. Potrebbe essere una precauzione altamente ragionevole se la mucca avesse contratto la malattia mangiando farine animali, e se queste farine fossero state somministrate a tutte le altre mucche. Ma, come può immaginare, il problema in quel caso non riguarderebbe le sole mucche che dimoravano in quella stalla, ma tutte quelle che hanno mangiato farina di quel produttore" Ma gli studi sul latte che stanno incominciando ad effettuare in Inghilterra sono giustificati o no? "Gli studi sono sempre e in ogni caso giustificati, perché permettono di togliere dubbi e fare nuove scoperte. Gli inglesi giustamente procedono ad ulteriori studi, perché sono i più colpiti dalla malattia tra le mucche e devono essere giustamente sensibili. Non credo però che ci sia un nesso diretto tra la malattia e il latte e in certo casi inoltre come quello del latte alta qualità, i controlli sono così frequenti e riguardano un prodotto così sensibile a quello che hanno mangiato le mucche come il latte da loro prodotto, che per un produttore è meglio attenersi alla legge imposta (che vieta di somministrare farine animali, n.d.r.) che rischiare di buttar via un prodotto considerato scadente". Perché ora si pensa al latte, dopo aver limitato per tanto tempo lo studio alle carni di bovini anziani? "Anche il latte contiene proteine, ed è prodotto dalla mucca, perciò… Comunque fino ad ora sono state esaminate solo le carni, e solo di bovini superiori ai trenta mesi perché ci si è resi conto che la malattia si sviluppa solo dopo quell’età" Ma la malattia non potrebbe essere residente nel corpo degli animali prima che si manifesti? "Una bella domanda. Ma ancora una risposta non c’è". E se lo dice un professore specializzato in enzimologia, che si occupa da sempre per l’Insubria di proteine, c’è da crederci. I dubbi sulla genesi del morbo della mucca pazza sono ancora tanti. Non ci sarà quindi da stare tranquilli ancora per un pò…. "Tenga presente che il questa non è una malattia "normale": è data da una proteina, non da batteri nè da virus. Da questo punto di vista, gli unici legittimati ad esserne così interessati sono gli scienziati, che hanno di fronte un caso davvero degno di studio, per una malattia paragonabile vagamente solo al morbo di Alzheimer. Tenga presente inoltre che del morbo della mucca pazza esiste anche l’equivalente umano, il morbo di Kreuzfeld Jacob, una degenerazione del sistema nervoso di cui gli uomini si ammalano, anche senza l’aiuto delle mucche, con un’incidenza di 1 o 2 casi per milione di abitanti: è una malattia rara, ma comunque conta qualche decina di casi all’anno. Tenga infine presente che casi di esseri umani contagiati dalla versione bovina della malattia sono circa 50 in tutto il mondo. Tutte queste premesse mi servono per dire che la mia opinione su questa faccenda è che l’allarme che si fa intorno a questa malattia è eccessivo, e che la prima causa di morte nel mondo è la diarrea, curabile con farmaci che costano 700lire al giorno. Con una parte dei soldi che si destinano a questo tipo di ricerche si potrebbero salvare milioni di persone". Insomma, lei continuerà a bere latte? "Sì. se devo dirle la verità, ho molta più paura di ammalarmi di cancro che di morbo della mucca pazza, se non altro per motivi statistici: l’incidenza del tumore nella popolazione italiana è del 30 per cento". |
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