A lanciarlo fu Bruno Ravasi

La Varese dell’arte invidiò affettuosamente l’eccezionale decoratore. Che avendo iniziato anche a dipingere rinunciò "Perché i quadri me li portavano via tutti"

Ci sono parametri precisi, Piero Vignola li ha indicati anche se non esplicitamente, per fare di un artigiano decoratore un grande artista, ma certamente l’avallo, pubblico e perciò due volte certo, del reale livello raggiunto da un decoratore può venire da chi nell’arte si è affermato. Le testimonianze di protagonisti della pittura in favore di Vignola sono numerose, importanti e non di maniera, ma frutto di un rapporto intenso, sincero.

Il garzone dodicenne che nel 1924 iniziò a decorare Villa Moalli non pensava di arrivare tanto in alto e di godere dell’amicizia di pittori assai noti..

Ma lei non fece delle decorazioni per Ravasi?

E il numero degli artisti amici si moltiplicò.

« Guttuso fu un fratello, e che bei rapporti con Vangi, Montanari, Spaventa Filippi, Salvini, Massari, Adelio Colombo, Uberto Vedani. Tutti hanno voluto lasciarmi loro opere».

Un segno di affetto e stima, ma che cosa le riconoscevano come artista ?

Insomma sembra che invidiassero Piero Vignola

Ma lei ha dipinto?

Ma perché ha smesso?

Le è rimasta qualche briciola?

Nemmeno in famiglia ha trovato eredi come decoratore

Piero Vignola oltre ai quadri ci fa vedere lettere , documenti e, sui ripiani di un grande tavolo e della scrivania, tanti fascicoli intestati a personaggi ed eventi cittadini: un archivio, fatto di ritagli di giornali, che riguarda la storia prevalentemente culturale di Varese. Un artista attento amico della sua città. Di questi fascicoli colpiscono anche le cartelline: di cartoncino, dipinte a mano."Le faccio io e poi le dipingo, spesso me le chiedono e come faccio a dire di no?" Brontola soddisfatto Piero Vignola.
In un angolo barattoli, pennelli e tanti cartoncini da dipingere. Resistiamo alla tentazione di chiedere al Maestro un paio di cartelline.

?
«No, ma sono soddisfatto lo stesso: mio figlio dipinge per diletto ma lo fa veramente bene e badi che non è il giudizio di un padre condiscendente; mio nipote ha ottenuto l’abilitazione all’insegnamento della storia dell’arte. Il filone artistico della famiglia non si è interrotto. E che i miei facciano un lavoro diverso non mi dispiace: gli acciacchi infatti non mi mancano, li chiamano malattie professionali. D’altra parte migliaia di ore a lavorare su pareti o soffitti non possono non lasciare il segno».
«Sì, copie di quadri di autori, che sembrano ben riuscite».
«Perché tutti mi portavano via i quadri! »«Sì e con gioia, quando ho smesso, Talamoni, che era il mio maestro, si infuriò, sembrava quasi che avessi attentato alla pittura nazionale»«Se era invidia, certamente era invidia affettuosa che io del resto ricambiavo: mi sarebbe piaciuto dipingere come loro!»« Mi dicevano tutti che non sarebbero stati capaci di fare quello che facevo io, i miei disegni li impressionavano per la precisione, per la accuratezza dei loro dettagli, penso anche per una visione d’insieme armonica, gradevole».«No, fu un lavoro impostato sui colori, lontano dalla decorazione tradizionale. Evidentemente Ravasi ne fu soddisfatto».«Davvero non lo immaginavo, ma nemmeno tanti anni dopo. L’ho appena detto che non mi ero accorto di avere raggiunto una certa dimensione che divenne pubblica forse con il rapporto di lavoro con Ravasi»

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Pubblicato il 17 Febbraio 2001
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