La carriera di un garzone
Piero Vignola ha appena 12 anni quando scopre la sua inclinazione per un’attività che gli procurerà rispetto e ammirazione anche da parte di artisti affermati.
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Inventate le macchine, a volte l’uomo ha cercato di batterle, per un semplice gusto della sfida: a qualcuno di noi in passato sarà capitato di avere notizia di autentici fenomeni capaci di eguagliare quelle calcolatrici che, prima dell’era digitale, ci hanno aiutato a dimenticare tabelline, moltiplicazioni e divisioni. Grazie a questo innato senso della perfezione coltivato nel tempo con gli studi, il lavoro e con esperienze di vita affrontate nel segno di una fermezza mai disgiunta da pacatezza e serenità, Piero Vignola può essere annoverato tra i migliori decoratori di Lombardia. 88 anni, lucidissimo, affabile, il patriarca dei nostri artisti nella quiete della sua abitazione di via Limido ricostruisce per noi la sua vicenda che, 11 anni dopo la la nascita a Crosio della Valle dove ha appena terminato la quinta elementare, lo vede lavorare come garzone dei decoratori fratelli Bernasconi nella villa Moalli di via Sanvito. Siamo nel 1924, concluso il primo lavoro il ragazzino Vignola è ancora al seguito dei Bernasconi per decorare l’androne del Salone Estense Estense, dove 70 anni dopo verrà chiamato a ridare vita al Salone stesso e ad altre parti dello storico edificio.
" Il lavoro mi appassionava, capivo che lo avrei sentito mio sino in fondo se avessi partecipato alla fase creativa : mi iscrissi alla scuola d’arte, dedicata a Giuseppe Bernascone, che ebbe sede prima nell’edificio dell’attuale palazzo di giustizia, poi nelle scuole di via Cairoli. Nei tre anni di corso, che terminai diciassettenne, vinsii tre primi premi in palio Piero Vignola lascia Varese per Busto dove c’è un mercato più vivace e un’azienda che dà garanzia di occupazione; si fermerà sino al 1937, dopo aver fatto la campagna d’Africa e aver sopportato troppo a lungo un "principale" che lo riempiva di elogi, voleva affidargli la conduzione della ditta in attesa che i figli fossero all’altezza del compito, ma non scuciva una lira. " Mi faceva girare la Lombardia in bicicletta perché non riconosceva nessun rimborso spese." Al rientro in Italia Piero Vignola trova un socio che poi lascerà, lavorerà a Varese e a Milano, ma abbandonerà definitivamente la metropoli nel 1954 dopo la morte di un figlio. Ma il tempo successivo alla fine dell’attività sembra quello di un giovane pensionato – con Vignola non si può parlare né di terza né di quarta età – che riceve inviti, dà apprezzati pareri, cura un suo privatissimo e ricco archivio artistico e di personaggi che hanno dato e danno lustro alla città. C’è un lunghissimo elenco di chiese, ville, abitazioni private e palazzi pubblici che testimoniano oggi il l’impegno di un artista e di un uomo degno della più grande stima. ." |
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