Se l’IA scrive le news, il giornalista deve tornare a fare le inchieste
In occasione della festa di San Francesco di Sales, Roberto Antonini e Riccardo Sorrentino tracciano la rotta per il futuro: l'autorevolezza e il lavoro sul campo come unici rimedi al sensazionalismo
In un’epoca segnata da trasformazioni radicali nel modo di produrre e fruire le notizie, i giornalisti varesini si sono ritrovati per riflettere sul senso della propria missione e sul futuro di una professione che deve fare i conti con l’Intelligenza Artificiale. L’occasione è stata la festa di San Francesco di Sales, patrono della categoria, celebrata sabato 24 gennaio al salone dell’Oratorio di Biumo Superiore. L’appuntamento, promosso dal Decanato di Varese e da Radio Missione Francescana, ha messo al centro il dialogo tra professionisti e il futuro della comunicazione.
Cuore dell’iniziativa è stato l’intervento di Roberto Antonini. Già responsabile dell’informazione della Radio Svizzera di lingua italiana (RSI) e attuale direttore della Scuola di giornalismo della Svizzera italiana, Antonini ha portato la sua esperienza per analizzare le sfide attuali. Il dibattito, coordinato dal giornalista Gianfranco Fabi, ha toccato punti nevralgici: dall’impatto delle nuove tecnologie alla necessità di mantenere alta la qualità del servizio informativo in un mondo sempre più frammentato.
L’infodemia e il rischio del sensazionalismo
Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, ha descritto con precisione il mutamento del mercato editoriale: «Siamo in una situazione di infodemia, una fase in cui le informazioni si sono moltiplicate e arrivano da ogni parte». In questo contesto, il ruolo del giornalista è stravolto perché «l’informazione non è più un bene scarso, è un bene abbondante; a questo si aggiunge la spasmodica ricerca di visibilità».
«Questa rincorsa ai numeri spinge i professionisti a diventare “surfisti dell’informazione” – ha detto ancora Sorrentino – o “operatori dell’attenzione”, scivolando nel rischio del “giornalismo dello strano ma vero”, dove la sostanza dei fatti fatica a emergere a favore del sensazionalismo».
Antigone e l’intelligenza artificiale
Roberto Antonini ha portato poi una riflessione critica sul mito dell’efficienza elvetica, partendo dal caso di cronaca di Crans Montana: «In Svizzera c’è un po’ la tendenza a pensare che siamo migliori degli altri. Quello che è successo a Crans Montana dimostra il contrario, dimostra che siamo come gli altri». Antonini ha denunciato la lentezza della magistratura e l’omertà legata al sistema dei “patriziati”, parlando apertamente di una «cultura mafiosa, dominata da famiglie che controllano l’economia e l’informazione».
Sul fronte tecnologico, Antonini vede l’Intelligenza Artificiale come un’opportunità, ma anche come un rischio e citando Charlie Beckett, ha lanciato una sfida ai colleghi: «Se credi che sia così facile farsi rimpiazzare, allora non dovresti fare il giornalista». La vera difesa, secondo Antonini, risiede nel bagaglio culturale: «Io lo dico ai ragazzi che frequentano la nostra scuola di giornalismo: la differenza la farà la cultura umanistica: i classici dovete conoscerli. Se parlate di giustizia, dove aver presente chi è Antigone, se parlate di guerra, non si può prescindere dall’Agricola di Tacito. Non è per fare il supponente, ma è fondamentale, fa parte della nostra cultura».
Ciò che la macchina non può fare: l’inchiesta sul campo
Il valore aggiunto del giornalista risiede, secondo Antonini, nella capacità di fare inchiesta sul campo, contattare fonti dirette e operare una sintesi critica che la macchina non può replicare autonomamente: «Io ho fatto una cosa, ho chiesto all’intelligenza artificiale: ma io che lavoro faccio se ci sei tu? E mi ha risposto: quello che io, come intelligenza artificiale, posso fare è scrivere delle news standardizzate, riassumere delle informazioni, fare delle traduzioni, trascrizioni, e suggerirti titoli. Tu invece dovresti fare delle indagini e contattare delle fonti, capire cosa non viene detto dalle persone; tu vivi in un contesto umano e culturale che nel quale non vivo io e e puoi andare a fare dei reportage, essere presente sul campo».
Verso la “Società della Reputazione”
Antonini sostiene che il giornalismo abbia ancora un futuro, a patto di concentrarsi su “più opinioni, più inchieste, più reportage”. «Occorre fare un salto di qualità – ha detto ancora Antonini – passare dalla semplice “società dell’informazione” per approdare a una “società della reputazione”. In un mondo saturo di dati, il valore aggiunto è dato dall’autorevolezza del singolo professionista: il lettore cercherà la firma di cui si fida personalmente».
Nel dibattito è quindi emersa la necessità di modelli alternativi basati sulla qualità e sulla lentezza. Esperienze come quelle del Guardian, del New York Times o di MediaPart, ma anche Internazionale e il Post, dimostrano che puntare sulla creazione di una “community” di lettori disposti a pagare per un’informazione autorevole può essere una via d’uscita dalla crisi.
Gianfranco Fabi ha aperto l’incontro richiamando il messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, sottolineando “l’urgenza di ritornare alle ragioni del cuore, alla centralità delle buone relazioni e alla capacità di avvicinarsi al prossimo senza esclusione”. Il giornalismo, dunque, non è una professione del passato se saprà restare umano, guardando alla realtà con “la passione della partecipazione e della comprensione”
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