Gioie e dolori della “piccola Nba”

La grande tradizione del basket varesino e i suoi ipotetici futuri sviluppi

Il basket? Per me è stato passione autentica scoppiata nella seconda metà degli Anni 40 quando frequentavo il ginnasio a Como e che dura ancora oggi nonostante la dolorosa, personalissima scelta di non frequentare più i palazzetti mi privi della parte migliore di questo magnifico sport. Come semplice appassionato ho avuto modo di seguire la Comense, formazione femminile guidata dal mitico Rico Garbosi, prima giocatore e poi allenatore vincente a Varese; come tifosissimo – adesso lo posso dire – ho vissuto l’entusiasmante vicenda del Gira Bologna: all’inizio degli Anni 50 ho perso pochi appuntamenti con i neroarancioni bolognesi, anche nelle trasferte al Nord. 
Quando è venuto il tempo della professione, il "Corriere della Provincia " di Como mi ha affidato le cronache della Pallacanestro Cantù sino all’ottobre del 1963, ovvero all’approdo alla "Prealpina ", a una conoscenza approfondita del già potente basket varesino. Proprio l’esperienza di Varese, ma già in parte quella pecedente di Cantù, mi ha permesso di vedere la nascita e il trionfo della società-azienda che si lasciava alle spalle una dignitosa "povertà", tipica dell’associazionismo di appassionati, per accostarsi alla nuova realtà gestionale imposta dalle sponsorizzazioni e dalle leggi del mercato.
Con Giovanni Borghi grande patron della Ignis, lo sport varesino – il basket in particolare – ha raggiunto traguardi impensabili. La Pallacanestro Ignis ha dominato anche in Europa dopo avere messo in ginocchio ciclopi come Milano e Bologna. Sono stati i soldi a permettere di vincere la guerra. Con la morte di Giovanni Borghi il nostro basket ha avuto una flessione, poi c’è stata una congiuntura singolare. 
L’arrivo alla presidenza di Antonio Bulgheroni ha ridato ossigeno a squadra e società, la Pallacanestro Varese di nuovo un modello di gestione e di valori tecnici, insomma c’erano tutte le premesse per una nuova età dell’oro. E’ accaduto invece che al momento di cogliere i frutti di un perfetto lavoro organizzativo e del massimo e costante impegno dei giocatori, una serie di infortuni e di incredibili circostanze sfavorevoli abbiano tolto titoli tricolori e finali di coppa alla nostra squadra.
Si racconta che i gatti neri scorgendo il pullman della Pallacanestro Varese rinunciassero ad attraversare la strada e al suo passaggio con la zampina facessero virtuosismi pur di eseguire uno degli scongiuri più classici. 
Alla fine dei tempi bui, ai quali hanno però concorso anche scelte errate, c’è stato il grande rilancio culminato con la bellissima sorpresa della conquista del decimo scudetto. 
Ma il basket nel frattempo aveva conosciuto il professionismo, ovvero la stagione dei megacontratti, della necessità di grandi supporti in termini finanziari e di strutture: una situazione generale che Antonio Bulgheroni ha dichiarato insostenibile non solo per la piazza di Varese, ma per molte altre, anche di grande tradizione. E il presidente ha così passato il testimone a un altro innamorato della nostra pallacanestro, Gianfranco Castiglioni oggi impegnato nel salvataggio di una squadra che è in fondo alla classifica.
Nonostante la difficile situazione il futuro della società biancorossa si presenta particolarmente ambizioso: Varese infatti ha scelto di partecipare, con altre 10 squadre, alla "piccola NBA", ovvero il torneo cestistico degli ottimati, categoria nella quale oltre alla nobiltà e alla dignità è richiesta però anche la ricchezza.
Solo per il piacere di rinverdirle a me stesso più che a voi amici di Varesenews ho accennato a tappe fondamentali del cestismo varesino e nazionale; certamente avrei potuto arrivare in modo più rapido a alcune osservazioni che intendo proporvi, ma i riferimenti al passato sono sempre utili a chi deve guardare avanti a sé. 
Gli Anni 50 sono stati dei pionieri, gli Anni 60 degli illuminati; dagli Anni 70 all’inizio degli Anni 90 abbiamo vissuto in Italia, ovviamente sempre in campo cestistico, situazioni in assoluto non negative, ma poi sull’onda pazza del professionismo calcistico abbiamo imboccato un cammino ricco di fascino e pure di insidie letali.
Varese, per esempio, dice sì alla "piccola NBA" , ma mi chiedo se ha già in tasca tutte le garanzie necessarie per un torneo che non prevede retrocessioni e tuttavia esige squadre competitive per assicurare, magari anche nel ruolo di sparring- partner, almeno partite accettabili sotto il profilo spettacolare, in grado cioè di attrarre l’interesse del pubblico.
Un pubblico che non ha la cultura americana dello sport spettacolo bensì quella dei due punti in palio, da conquistare anche giocando male.
Le garanzie primarie sono rappresentate dallo spessore dello sponsor, da incassi ricchi e sicuri, dalla paritaria compartecipazione agli utili delle trasmissioni televisive, dalla disponibilità finanziaria per rafforzare la squadra, dalla capacità di essere sul mercato di tutto quanto possono dare immagine e comunicazione.
La Pallacanestro Varese dovrebbe dare anticipata e adeguata informazione sui suoi programmi, non certo per soddisfare la curiosità generale, ma per mettere tranquilli i tifosi disposti a investire sul progetto , anche con un semplice abbonamento, e per cooptare gli indecisi e nuovi amici.
Le parole e i sogni producono solamente danni. E non devono essere i dirigenti della squadra e tanto meno i giornalisti a fare supposizioni, a dare le più dettagliate notizie su un progetto che, se fallisse una volta realizzato, potrebbe essere la pietra tombale sul basket varesino.
A spiegare costi e benefici di questa avventura deve essere Gianfranco Castiglioni. Di lui mi fido, degli altri meno, ma solo perché non spetta loro di cacciare la liretta o mettere in gioco
la reputazione di un imprenditore di elevato profilo.

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Pubblicato il 20 Marzo 2001
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