Mascalcia, passione senza tempo

Che cosa vuol dire fare il maniscalco oggi? Quanto si guadagna e che doti bisogna avere? Risponde Marcello Nassi, maniscalco di lungo corso

Si chiama Marcello Nassi, è di Gavirate e ha 52 anni, di cui quaranta passati a ferrare cavalli. È un maniscalco, una passione che lui dice di avere da sempre, precisamente da quando aveva sei anni. Una sorta di mistero: nessuna emulazione, nessun modello in famiglia. Se si chiede ad un bambino "cosa vuoi fare da grande?" difficilmente risponderà "il maniscalco". Per Marcello Nassi è andata invece così. Lui da grande voleva fare il maniscalco e maniscalco è stato. Passione pura, ispirazione professionale, ex voto in nome del dio cavallo. Sta di fatto che la sua vita ha seguito ferri e zoccoli, puledri e stalloni.

Il primo cavallo ferrato non si scorda mai e Nassi lo ricorda con emozione.«Era un purosangue e io avevo appena compiuto 17 anni. L’ho ferrato tutto io e ne conservo ancora il ferro». Quello di maniscalco è un lavoro difficile e faticoso, e, se non si sta attenti, anche pericoloso. Ne sa qualcosa la sua spalla destra, il calcio di un cavallo un po’ nervoso gli ha lasciato un ricordo indelebile. «Bisogna essere prudenti, non a caso c’è un vecchio adagio dalle nostre parti che dice: "il cavallo più buono ha ammazzato il suo padrone". I cavalli sono animali molto sensibili, mai sottovalutare il loro comportamento. Bisogna ascoltarli e farsi conoscere prima di mettersi al lavoro. Un piccolo movimento puo’ spaventarli».  È stato l’unico incidente della sua lunga carriera di maniscalco, iniziata in una bottega, gestita da due fratelli, dove si faceva tutto ciò che riguardava la lavorazione del ferro. La vera svolta arriva però con la chiamata alle armi. Dopo una dura selezione, Marcello Nassi viene assegnato alla Scuola militare di Pinerolo, dove  incontra un bravo maresciallo istruttore. Un’esperienza fondamentale per il suo futuro, coronata dal conseguimento del diploma militare di mascalcia.

Sulle doti per essere un buon maniscalco, lui non ha dubbi:  passione, prudenza e mancanza d’ingordigia. «Un buon maniscalco, se vuole fare bene il suo lavoro, non puo’ fare più di cinque ferrature al giorno. Ogni cavallo è una cosa a sé, un’esperienza nuova. Occorre osservarlo bene nei movimenti, perché una ferratura sbagliata puo’ rovinarlo definitivamente». 
Si dice che i maniscalchi guadagnino una vera fortuna, richiesti come sono. «Facendo questa professione si puo’ guadagnare decentemente, dalle 35 alla 40mila lire all’ora. Poi c’è qualcuno che si arricchisce, ma è un discorso che non  va d’accordo con il lavoro ben fatto. Al maniscalco sono richieste un’esperienza e una professionalità che non si possono inventare. Qualche anno fa è stato fatto un sondaggio per sapere quanti facevano questa professione, ebbene  il risultato è stato sorprendente: solo dieci maniscalchi regolarmente iscritti in tutta la provincia di Varese. E il resto cosa fa e soprattutto come lo fa?».

Per il momento non ha intenzione di ritirarsi, anche se gli sono arrivate molte proposte di docenza presso scuole e corsi professionali di mascalcia. Di soddisfazioni ne ha avute tante: ha seguito campioni olimpionici, cavalli da corsa, ma anche ronzini con una genealogia da macelleria, sempre e comunque con grande passione, l’ingrediente principale della mascalcia.

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Pubblicato il 12 Luglio 2001
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