Perchè non ci turba la morte di un uomo che sta lavorando?

Riflessioni di un avvocato sugli avvenimenti di Genova e sulla morte di un operaio a Caravate

Riceviamo e pubblichiamo

Io a Genova non c’ero, al presidio davanti alla Prefettura non c’ero e nemmeno c’ero ieri sera in piazza Duomo. Un pò per problemi di organizzazione familiare e un pò perchè "prima vorrei capire". Sicuramente i fatti di Genova mi hanno profondamente turbata: la mia formazione democratica, la mia personale avversione alla violenza, la stessa mia professione di avvocato, per un certo verso abituata a ragionare in termini di "legalità", mi hanno indotta a guardare le immagini di Genova, sentire gli amici che lì c’erano, leggere le vostre lettere, con un senso di profondo sgomento e una sensazione di smarrimento e di perdita di riferimenti (ma perchè tutto questo? chi ha sbagliato? era voluto? perchè le forze dell’ordine hanno agito così?). Come cittadini di una moderna democrazia credo che dovremmo chiedere alla magistratura di perseguire eventuali reati, al nostro governo di rispondere politicamente di quanto è accaduto, premettendo in ogni caso una ferma e chiara condanna a ogni forma di violenza, da qualunque parte provenga. Ma negli stessi giorni un’altra notizia mi ha turbata. Su un quotidiano locale, l’altra mattina, accanto alle foto di Genova e del giovane Giuliani, c’erano le foto di un cantiere e la notizia della morte di un operaio, padre di cinque figli. Quest’uomo è morto lavorando per un’importantissima azienda nazionale e pare, soprattutto, che quest’uomo sia morto perchè non gli è stato consentito di lavorare in condizioni di sicurezza. E questo perchè adeguare un cantiere alla normativa di sicurezza implica maggiori costi e tempi più lunghi di produzione; e allora si diventa meno competitivi e allora si perde mercato. Anche questo è effetto della "globalizzazione negativa"; anche questo è sfruttamento, anche questo va combattuto. Ma nessuno è sceso in piazza per quest’operaio. Nessuno ha pensato di fare un minuto di silenzio per quest’uomo e per tutti gli altri, purtroppo numerosissimi, morti sul lavoro. Egli è, senza alcun dubbio e al di là di qualsiasi schieramento politico o differenza di vedute, un vero martire di questo sistema economico. E allora: ben venga la critica "globale", la manifestazione di piazza, la contestazione purchè, ripeto, assolutamente aliene da ogni forma di violenza. Ma perchè, oltre al sacrosanto diritto di manifestare per il bimbo indonesiano che cuce palloni e il disboscamento della foresta pluviale sudamericana, non riteniamo doveroso pretendere che l’operaio di Caravate svolga il proprio lavoro senza rischiare la vita ? Perchè non fa notizia e non ci turba il pensiero che nell’anno 2001, in una delle regioni più industrializzate del mondo, un uomo, con un regolare contratto di assunzione presso una grande azienda, possa uscire di casa la mattina per recarsi al lavoro e, tra le eventualità della sua giornata, debba mettervi anche il rischio di morire sul posto di lavoro? Non potremmo iniziare (o continuare) da Caravate insieme a questo nuovo movimento?

Marzia

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Pubblicato il 25 Luglio 2001
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