Il dramma di essere rifugiato

In Via Pola sono saliti a 16 gli ospiti del programma nazionale di accoglienza dei rifugiati politici. Per tutti i problemi principali sono l'integrazione e l'accettazione della tragedia vissuta nel proprio paese

Fuggono da guerre, persecuzioni, tirannie. Hanno visto orrori, morte, disperazione. Giunti nel nostro paese impauriti e diffidenti devono ricostruirsi una nuova vita. Spesso la nostalgia di casa, però, li tormenta fino ad annientarli, ma se riescono ad accettare il proprio dramma tornano a lottare per un domani migliore, per un’esistenza dignitosa. Sono le tante troppe persone che giungono nel nostro paese in fuga dalla terra d’origine: arrivano in Italia e sono considerati rifugiati politici. L’iter di riconoscimento del loro status a volte dura mesi, anche un anno, ma a volte si risolve nel giro di pochi giorni, perché la situazione è del tutto evidente. Ed è questo il caso dei rifugiati politici ospiti in Via Pola, sette afgani e quattro curdi che, sbarcati recentemente sulle nostre coste, sono già stati dichiarati rifugiati politici. Non sanno una parola d’italiano, si sentono ancora ‘pesci fuor d’acqua’ ospiti in una terra sconosciuta e lontana, con ancora negli occhi la tragedia del loro paese. Sono i primi beneficiari del progetto nazionale d’accoglienza nel nostro territorio: pensato per i richiedenti asilo, ma esteso anche a loro visto che si trovano in condizioni  assimilabili a quanti attendono il riconoscimento dello status.
Ad accompagnarli nel loro cammino è la Cooperativa Farsi Prossimo: " Dobbiamo aiutarli a superare il dramma che si portano dentro e a costruirsi una nuova esistenza – spiega Massimo Marelli, responsabile della cooperativa – Innanzitutto devono imparare l’italiano. A parte un uomo che mastica un po’ l’inglese, gli altri conoscono solo la lingua d’origine. Quindi corsi intensivi d’italiano, poi, dopo l’estate, anche corsi di formazione per potersi mantenere quando saranno fuori di qui." 
Il primo importante passo, però, rimane quello del superamento del dramma personale: tutti fuggono da situazioni disperate e a lungo rimangono terrorizzati. A volte la nostalgia della terra d’origine li porta alla disperazione, ma quando riescono a superare l’iniziale sbandamento riescono anche a recuperare energia e a concentrarsi per ricostruirsi una vita facendosi raggiungere dalla famiglia. "Ed è proprio il pensiero di quanti sono rimasti in patria a terrorizzare queste persone – commenta Marelli – una paura che li porta a diffidare di tutto e di tutti e a guardarsi sempre alle spalle. Il nostro compito, difficilissimo, è quello di incrinare questo muro e di conquistarli, almeno per quel minimo che ci consente di aiutarli a conquistare la propria indipendenza."

Aiutarli senza creare dipendenza è l’imperativo di questi operatori: gli ospiti vengono aiutati per un periodo di sei mesi, dopodichè avranno tutti gli strumenti per affrontare la vita in modo indipendente.
"In questi giorni, oltre alle lezioni d’italiano, abbiamo organizzato gite informative presso le sedi dei principali servizi. Stiamo pianificando, però, anche tour turistico culturali per far conoscere le bellezze del territorio e per alleggerire un programma impegnativo e spesso doloroso." 
Un altro momento per così dire ‘leggero’ è la pausa pranzo: dopo gli inziali problemi ad adattarsi alla cucina locale, il momento conviviale sta diventando un appuntamento centrale dove gli uomini, cui oggi se ne sono aggiunti cinque provenienti dal Kosovo, si scambiano pareri ed opinioni, consigli e anche iniezioni di fiducia per guardare avanti nonostante lo strazio nel cuore. "Abbiamo voluto acquistare pranzi all’esterno innanzitutto per abituarli alle nostre tradizioni, e poi perchè la casa è aperta a tutte le etnie in fuga: se avessimo concesso libertà a tutti, avremmo rischiato una babele ingestibile."

 

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Pubblicato il 08 Agosto 2001
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