Chi è e cosa vuole il giovane lavoratore di Malpensa?

Uno studio dell'Ires commissionato dalla Cgil rivela il volto dei lavoratori del mega-hub

Ha tra i 26 e i 35 anni, ha un’istruzione tecnico-professionale, vive con la famiglia d’origine, è iscritto al sindacato, conosce almeno una lingua straniera e Malpensa  rappresenta un punto di arrivo, il cosiddetto posto sicuro, e nei prossimi tre anni vorrebbe guadagnare di più. Questo l’identikit del giovane lavoratore del mega-hub della brughiera, tracciato da una ricerca dell’Ires Lombardia, commissionata dalla Cgil di Varese. Lo studio, da considerarsi ancora non definitivo, è stato presentato alle Ville Ponti, dove "gli eredi" di Di Vittorio sono riuniti a congresso. A presentarlo Ida Regalia, responsabile dell’Ires. «Questo studio ancora non definitivo (la versione definitiva sarà presentata in primavera n.d.r.) – ha detto la Regalia – presenta due aspetti interessanti: il primo riguarda gli effetti e le modificazioni, sia positivi che negativi, che una megastruttura produttiva come Malpensa genera sul territorio. Pensiamo ad esempio allo spostamento dei lavoratori. Il secondo riguarda la conflittualità contrattuale che nei prossimi anni tenderà inevitabilmente ad aumentare».

Le risposte del gruppo campione, composto da 271 persone, non hanno riservato grosse sorprese. Prima del lavoro in aeroporto il 40 per cento degli intervistati faceva l’operaio. Il passaggio a Malpensa non ha coinciso con un sostanziale cambiamento del lavoro svolto e le scelte riguardano l’ambiente e determinate condizioni di lavoro. Il 71 per cento ha ottenuto un contratto full-time, il 90 per cento un part-time, in entrambi i casi a tempo indeterminato. Solo il 2 per cento, al momento del rilevamento, gli stagionali. 
Malpensa è un approdo lavorativo definitivo? Il 40 per cento degli intervistati ha ammesso che sta cercando un altro lavoro, ma solo il 27 per cento ritiene il proprio lavoro sicuramente o probabilmente provvisorio. Oltre la metà del campione nei prossimi tre anni vorrebbe guadagnare di più, mentre il 28, 5 per cento vorrebbe fare un lavoro più gratificante, il 10 per cento entrambe le cose. A nessuno sembra interessare avere più tempo libero; mentre il campione si spacca a metà tra il desiderio di carriera e il posto sicuro. Come raggiungono i lavoratori l’aeroporto? Nessuno in aereo, perché la più parte degli intervistati (80 %) risiede nelle aree limitrofe, vale a dire a mezzora di strada, solo il 5 per cento impiega più di un’ora. L’automobile rimane il mezzo privilegiato, seguito dal treno e dall’autobus.

Infine i rapporti con il sindacato. Il 70 per cento degli intervistati è iscritto al sindacato con delle differenze significative da comparto a comparto: la quasi totalità dei lavoratori del settore commerciale non è iscritta, mentre lo è la totalità dei lavoratori dell’area manutentiva. Il sensale di matrimonio è in quasi tutti i casi il delegato di reparto, tra le ragioni principali: capire qualcosa in più della busta paga. Una risposta di protesta significativa è quella legata alle promesse del sindacato poi non mantenute, il 5 per cento. Il sindacato è buono o cattivo? Il 45 per cento lo giudica positivo, il 13,5 irrilevante, i rimanenti negativo o di ostacolo.

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Pubblicato il 05 Dicembre 2001
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