Perché avete fatto chiudere gli Atelier di città?
Un progetto che aiutava a colmare le molte lacune dei servizi sociali e della psichiatria è stato fatto chiudere, nonostante i risultati più che positivi. Lettera aperta di Pino Ceriotti
Riceviamo e pubblichiamo
Mi chiamo Pino Ceriotti e per quattro anni sono stato operatore del progetto "Atelier laboratori espressivi di città", voluto da diciannove comuni e dalle ASL della provincia di Varese. L’idea del progetto era dello psicologo Giuseppe Pozzi e si rivolgeva a tutti i cittadini, in particolare a quelli con difficoltà psichiche e relazionali. Le sedi dell’attività ci erano state assegnate dalla provincia di Varese, una era ubicata all’interno dei capannoni del Liceo Artistico Statale di Busto Arsizio, le altre due rispettivamente nei locali del Comune di Gorla Maggiore e di Vedano Olona.
(sopra: Pino Ceriotti)
L’attività consisteva nel dare un luogo e un tempo per esprimere creativamente, attraverso il fare, il proprio desiderio. Chi veniva era da noi stimolato a rappresentare i desideri attraverso la pittura, la musica, il teatro, il mosaico, la scultura del legno e mille altri modi espressivi. Dal punto di vista sociale era un luogo di ritrovo e dialogo, da quello clinico era l’occasione per stemperare tensioni e paranoie. Fornivamo una modalità di incontro e di scambio reale senza avere la sensazione di essere in uno spazio protetto dal famigerato circuito psichiatrico. Tutta l’attività è stata minuziosamente documentata da noi operatori con supporti video, relazioni tecniche e prodotti realizzati dagli stessi frequentatori. Parallelamente abbiamo affiancato una associazione culturale denominata “ARTELIER”, che ha realizzato un programma culturale dal titolo “LA VOCE DEBOLE DEI FORTI” proponendo come apertura un incontro, all’università LIUC di Castellanza con Moni Ovadia, Sergio Escobar e Gilberto Squizzato; successivamente un concorso nazionale di fumetti, che era già arrivato alla terza edizione, con giurati noti nell’editoria di settore; un concorso fotografico che aveva raccolto decine di partecipanti e poi proiezioni di films, cabaret, teatro.
I giorni di apertura degli Atelier erano tre, il giovedì, il sabato e la domenica, giornate di totale chiusura dei servizi,dalle 15.00 alle 18.00. Nel gennaio del 2001, ci è stato chiesto dalle ASL e dalla psichiatria di Busto Arsizio, nella persona del dott. Quirino Quisi, di presentare il progetto esteso a cinque giorni settimanali. Ma dopo averlo presentato, non abbiamo avuto una risposta ufficiale. Siamo stati convocati successivamente al C.P.S. di Busto Arsizio pensando di dover fornire ragguagli sulle modalità da noi utilizzate all’interno degli Atelier, in realtà abbiamo percepito che non c’era affatto la volontà di sostenere un progetto che aiutava a colmare le molte lacune dei servizi sociali e della psichiatria. Per loro noi non rappresentavamo una risorsa sul territorio, anche se l’ottanta per cento degli abituali frequentatori sono persone conosciute dai servizi e dal C.P.S. I diciannove comuni che avevano sostenuto il progetto nei due anni sperimentali, avevano successivamente richiesto alle A.S.L. di finanziare l’attività, a loro giudizio utilissima al recupero di individui problematici, collocando il progetto in una fascia di prevenzione tra il clinico e il sociale. L’interlocutore della A.S.L., il dott. Vitelmi, aveva tergiversato a lungo sostenendo che essendo tra il clinico e il sociale non aveva modo di recuperare i 150 milioni utili al proseguimento dell’attività per un anno, cifra assolutamente irrisoria in relazione alla dotazione del comparto psichiatrico. La situazione attuale è che abbiamo chiuso perché sono finiti i fondi precedentemente erogati e le persone che avevano negli Atelier espressivi di città" un punto di riferimento importante sono costrette a richiudersi in casa, come la maggior parte di coloro che soffrono di problemi legati alla sfera emotiva e psichica. Recentemente siamo stati ospitati in un programma nazionale di R.A.I. 3, dove abbiamo mostrato un filmato e poi in diretta abbiamo potuto spiegare la natura del progetto. La reazione è stata immediata: hanno telefonato subito in molti, successivamente altri, da tutta Italia, mostrando un forte interesse per l’iniziativa. Sono arrivate e-mail da tutt’Italia, un’attenzione altissima.
(sopra: momenti di ritrovo agli Atelier)
Il mio parere personale, in relazione a questa vicenda, è che come al solito sono prevalse logiche che nulla c’entrano con il progetto in questione. Il successo che ha riscosso tra gli utenti, il parere più che positivo delle amministrazioni che avevano appoggiato il progetto e i risultati entusiasmanti sui partecipanti, che sono poi la cosa più importante, sembrano non contare nulla. Qual è allora il vero problema? È una questione di schieramento? Come al solito hanno prevalso le logiche politiche sui reali interessi e bisogni dei cittadini? Perché non si è stati valutati per il lavoro svolto, gli obbiettivi raggiunti o le capacità reali, occorreva forse il placet del potente di turno? C’era un servizio che si chiamava Atelier, che funzionava, che dava risposte alternative a persone con disagio psichico, che non costava un’enormità alla comunità, che ridava alla città ospitante una ritrovata solidarietà, che dava un punto di riferimento a chi non lo trovava più in se stesso.
Rimane una domanda semplice, che attende una vera risposta: perché l’avete fatto chiudere?
Distinti saluti
Pino Alfredo Ceriotti
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