Ai Miogni mancano anche i soldi per le medicine
Viaggio nel carcere varesino tacciato di essere uno dei più sovraffollati d’Italia. Ma in realtà il problema più grave è quello dei tagli alle spese
Centoventi detenuti per novantasei posti. Cinquanta celle di 12 metri quadrati, un edificio antico e inadeguato, ma soprattutto una drastica riduzione dei finanziamenti che sta mettendo seriamente in difficoltà il carcere di Varese. Sono problemi cronici quelli dell’amministrazione penitenziaria italiana: sovraffollamento, mancanza di personale, difficoltà di applicazione dei trattamenti rieducativi, ma Varese sfugge quantomeno al gigantismo che impedisce di governare i grandi istituti. Per questo il direttore dei Miogni, Gianfranco Mongelli, storce il naso quando legge di dossier, come quello pubblicato ad agosto dai radicali, in cui la casa circondariale di Varese viene classificata come una delle strutture peggiori d’Italia. «Non dico che sia un ambiente perfetto – sospira – ma almeno abbiamo un rapporto umano con i detenuti e possiamo occuparci delle esigenze personali di molti di loro». Per il comandante della Polizia penitenziaria, il dottor Sciscio, i carceri moderni sono anche peggio di quello varesino. Lunghi corridoi, difficoltà di gestione, spese di mantenimento enormi, difficoltà a controllare i detenuti, strutture che diventano fatiscenti in un attimo. Insomma, piccolo è bello, verrebbe da dire. Ma quando si tratta di prigione niente è bello. Il carcere di Varese impiega 80 guardie penitenziarie, divise nei vari turni. E’ una struttura praticamente ottocentesca, a sezione unica. Tre piani, una rete per evitare che oggetti scagliati dall’alto possano ferire chi cammina al piano terra, come nei film americani. Ma la similitudine finisce qui. E’ un casermone abbastanza "intimo", dove l’intimità significa anche e soprattutto mancanza di privacy. Le celle sono piccolissime. Il controllo è garantito anche dalla finestrella apribile per osservare i bagni. Il ballatoio è minuscolo. Per poter passare due persone devono girarsi di lato. E poi una sala computer e la sala colloqui, con le sedie gialle e i tavoli verdi, l’unico tocco di colore vivace in un mare di grigio, bianco e azzurrino. Sulla parete un dipinto accuratissimo: tre cavalli, bianco, nero e marrone, che corrono su una spiaggia tropicale. Lo ha realizzato un detenuto colombiano, professore universitario di materie artistiche, arrestato per traffico internazionale di droga. Brutto ma non decrepito, triste ma dignitoso. E’ un mix di difficoltà e speranze l’universo dei Miogni. Dove l’odore di disinfettante si mischia a quello delle cucine. Il cuoco sta per uscire. Si è fatto qualche mese per tentata estorsione ma ripete che è innocente: "E’ tutta colpa di quella S…". Ce l’ha con una facoltosa signora "bene" che lo avrebbe incastrato. Umanità varia. «Uno dei problemi più gravi è quello dei farmaci per i malati di Hiv» spiegano i dipendenti dell’amministrazione penitenziaria. «Alcuni farmaci costano anche 700mile lire. Le famiglie non li vogliono più e non pagano nulla. Come facciamo? Ci arrangiamo in qualche modo, ci appoggiamo ai volontari o alle strutture sanitarie; una soluzione, insomma, la si trova sempre». All’infermeria, qualche giorno fa è arrivato un fax da Roma: «Diminuire la durata delle telefonate». Tagli alla spesa su tutto, dappertutto, per tutto. «Dovremmo fare molte ristrutturazioni, oppure comprare alcuni attrezzi per il lavoro, ma i soldi dove li troviamo?». Beneficenza, donazioni, accordi con altri comparti dell’amministrazione pubblica, volontariato. E’ questo il cuore che pompa sangue nelle arterie dei Miogni. Il risultato è che agenti e detenuti imparano l’arte di arrangiarsi. Lo Stato fa quel può, con le pezze al sedere. |
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Centoventi detenuti per novantasei posti. Cinquanta celle di 12 metri quadrati, un edificio antico e inadeguato, ma soprattutto una drastica riduzione dei finanziamenti che sta mettendo seriamente in difficoltà il carcere di Varese. Sono problemi cronici quelli dell’amministrazione penitenziaria italiana: sovraffollamento, mancanza di personale, difficoltà di applicazione dei trattamenti rieducativi, ma Varese sfugge quantomeno al gigantismo che impedisce di governare i grandi istituti. Per questo il direttore dei Miogni, Gianfranco Mongelli, storce il naso quando legge di dossier, come quello pubblicato ad agosto dai radicali, in cui la casa circondariale di Varese viene classificata come una delle strutture peggiori d’Italia.





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