«Il metal detector? Non è attivato da tempo»

Intervista all'avvocato Ettore Maccapani, decano dei penalisti varesini

È accaduto in tribunale, un luogo simbolo. Chi andrebbe mai a pensare ad un omicidio nel luogo dove si puniscono i reati? Un paradosso che è segno dei tempi e che pone al centro, come questione principale, il tema della sicurezza, anche in quei luoghi che si ritengono immuni per il solo fatto di rappresentarla. Abbiamo chiesto ad Ettore Maccapani, decano tra gli avvocati penalisti di Varese, alcune impressioni sull’omicidio avvenuto al palazzo di giustizia. 

Avvocato nella sua lunga carriera aveva mai assistito a qualcosa di simile?
«No. Mi trovavo alla corte d’assise di Milano quando scoppiò la bomba di piazza Fontana. Fu una situazione terribile. Ma non ricordo un caso del genere».
È innegabile però che voi avvocati e operatori di giustizia in genere siate una categoria a rischio?
«Non mi piace questa definizione e non penso che ci siano professioni a rischio. Penso invece che ci sia un problema di valori e di autorevolezza. Lo so che sembra un discorso vecchio, ma per me è così».
Vuol dire che anche un tempo le coppie si separavano, ma non succedevano cose del genere?
«Sì, c’era rispetto per la vita. Le separazioni ci sono sempre state, ma c’era una società che insegnava a farsi carico delle proprie responsabilità. Questa reiterazione di avvenimenti ci indica che non c’è più relazione tra le persone. Se lei oggi apre il televideo legge che un padre si è buttato dal balcone con il figlio».
A giugno un omicidio-suicidio nello studio di un avvocato a Ponte Tresa. Subito dopo l’aggressione ad un avvocato di Varese. In entrambi i casi si trattava di separazioni. L’hanno mai minacciata o si è mai trovato in situazioni critiche con i clienti?
«Lei sa benissimo che a causa delle mie convinzioni politiche le minacce, specialmente nel periodo degli anni Settanta, fioccavano. Però non ho mai temuto per la mia persona, ho sempre rifiutato le scorte. Ricordo un giorno che mi arrivò una minaccia telefonica in studio, nella quale annunciavano che di lì a poco mi avrebbero bruciato e sfasciato l’ufficio. Ebbene all’interlocutore risposi se poteva aspettare un quarto d’ora perché ero occupato con un cliente. Dall’altra parte ci fu solo un silenzio».
L’omicidio del coniuge in udienza, mentre si sta separando, è un fatto eclatante che ha a che fare con la sicurezza di un luogo dove in genere si dà per scontato che ci sia.
«È vero e qui entra in gioco il discorso dell’organizzazione».

Di che cosa?
«Della struttura del tribunale. Ormai bisogna prendere in conto che esistono delle persone che non sono in grado di controllarsi e diventano pericolose per sé e per gli altri, e queste persone possono entrare in un tribunale».
In che modo si puo’ evitare?
«Razionalizzando la struttura e con un atteggiamento di autorevolezza. Guardi che questo avviene anche in altre strutture complesse. Pensiamo all’aeroporto, ogni cinque giorni due aerei rischiano di scontrarsi, eppure un rischio del genere non è accettabile perché c’è qualcosa nel meccanismo che non funziona. Oppure prendiamo il caso del disastro ferroviario in Sicilia, si poteva evitare. Purtroppo spesso si chiude la stalla quando i buoi sono già scappati».
A Varese sembrerebbe che non abbia funzionato il metal detector.

«Non è gratificante per un professionista che lavora in tribunale passare da questa apparecchiatura. Non saprei quantificare, però ricordo che è da tempo ormai che non è più attivato. Comunque quanto avvenuto non è accettabile. Pertanto è opportuno eccedere nelle precauzioni, compresa questa».
A chi spetterebbe la razionalizzione e l’organizzazione della sicurezza al palazzo di giustizia. Su questo punto ci sono pareri discordanti, c’è chi afferma la procura generale e chi il capo dell’ufficio giudiziario.
«Penso che tocchi al capo dell’ufficio giudiziario. L’organizzazione è una cosa importante e non riguarda solo le sedie del magistrato, ma anche la sicurezza del luogo, che è  un valore e va tutelato. Queste cose vanno affrontate razionalmente e certi fatti non devono accadere. Non possiamo permetterlo. Una volta la sacralità del posto bastava e il palazzo di giustizia era immune, ora non più».

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Pubblicato il 25 Settembre 2002
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