Quasi un’enclave culturale, un "crogiòlo" di genti e culture. Così nell’ultimo libro di Dario Fo, "Il paese dei Mezaràt", viene descritta una Porto Valtravaglia negli anni trenta, dove «le osterie, le trattorie, i bar e gli alberghi non chiudevano mai i battenti», a causa dei ritmi che lavori notturni come la pesca, il contrabbando e le due fornaci presenti, imponevano ai cittadini di questo borgo. E poi le storie, raccontate dai pescatori e dai personaggi che animavano il paese e le sue bettole. I contastorie nel sangue portavano l’arte della fabulazione, che tanto ha condizionato il teatro di Fo, oltre al dialetto, frutto di tanti idiomi provenienti da ogni parte d’Europa, dai paesi di origine dei "vedriee", i professionisti della soffiatura a caldo del vetro.
Ma cosa rimane di quel paese fantastico di cui Fo narra nel suo libro?
Lo abbiamo chiesto al sindaco di Porto Filippo Colombo, che si è prestato a spiegarci la Porto di oggi.
«Effettivamente il paese "dei Mezarat" (ovvero dei pipistelli, grazie alla vita notturna dei suoi abitanti all’epoca degli anni 20-30) è veramente cambiata. In quegli anni il benessere sociale era abbastanza elevato rispetto i parametri ordinari del periodo, grazie alle industrie fiorenti come la Vetreria, la Telsa, le Fornaci ed altre minori, cui vanno aggiunti bar e trattorie. Si racconta che molti dipendenti della Vetreria erano soliti ostentare i guadagni accendendosi il sigaro con biglietti di banca! Di quegli anni si ricordano feste, carnevali ed altri passatempi estivi, come le feste in piazza. In particolare il palo della cuccagna sul lago ed altre attrazioni. Numerosi erano i locali pubblici dove si poteva trascorrere in allegria tutta la notte: infatti i turnisti delle fabbriche ne erano i migliori clienti. Durante la guerra erano presenti a Porto e in Valtravaglia molte famiglie di sfollati da Milano, che poi sono diventati possessori di seconde case».
Che fine hanno fatto le attività industriali?
«L’industria è scemata, assorbita dalle città, ed è rimasta una specie di turismo stanziale fatto di tante famiglie di milanesi che trascorrono qui le vacanze da giugno a settembre ed i "ponti" dei Santi, dell’Immacolata/Sant’Ambrogio, Natale, Pasqua. Purtroppo al diminuire delle industrie tradizionali, non è cresciuta l’industria turistica come invece è avvenuto sulla sponda piemontese del lago. Ne consegue che oggi stiamo vivendo un periodo di transizione nel quale, da una parte c’è ormai la consapevolezza che l’unica risorsa del futuro è il turismo, ma dall’altra manca una precisa volontà (nei privati) per fare i necessari investimenti».
«In quel paese – scrive Fo – mi sono reso conto che il passo biblico della tragica confusione scoppiata sulla torre di babele si è rivelata una subdola invenzione di un mitico bugiardo». Dov’è andato questo favoloso dialetto che aveva il potere di unire?
«La vita di Porto non è più così romantica e fantastica come negli della gioventù di Dario Fo. Forte è il pendolarismo e le occasioni d’incontro, prima moltissime proprio grazie all’industria, sono ridotte. Il dialetto è forse l’elemento più forte ancora esistente che sottolinea il legame tra la lingua italiana e le lingue che i nostri antenati hanno ascoltato, grazie alla presenza fra noi di maestranze d’oltralpe, come i famosi soffiatori del vetro di origine boema. Il libro di Fo non elenca tutte le famiglie provenienti dall’estero: Asciamprener, Griner, Zoclaver, Filius, Schumacher, Klingly, Tilgher, tanto per aggiungerne alcune».
Porto tornerà ad essere quella di un tempo?
«Il paese sta vivendo alcune importanti trasformazioni, avvenute a partire dal 1985/90. Il Comune si è fortemente impegnato per un recupero visivo del paese con il rifacimento totale del lungolago e l’arredo urbano del centro storico, come la pavimentazione in porfido delle vie interne. Il nuovo Piano regolatore generale (approvato nel giugno 2002) consentirà il recupero di un centinaio di fabbricati rurali, i nuclei antichi, e le due aree strategiche della ex Telsa ed ex Vetreria. In quest’ultima è prevista la riqualificazione del cantiere nautico esistente ed aree pubbliche in continuazione del lungolago. Stiamo inoltre allestendo il progetto esecutivo per il nuovo porticciolo turistico (da costruire sulle fondamenta di quello demolito nel 1930) ed offrire così agli operatori turistici un nuovo spunto per fare, a loro volta, investimenti nel turismo».
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