Malpensa non è più l’America

Una ricerca racconta i sogni e le delusioni dei giovani entrati in aeroporto con il mito del posto sicuro

Era un posto sicuro, ben pagato, e con in più il fascino del viaggio. E’ cambiata, Malpensa, e uno studio effettuato per conto di Ires Cgil ha permesso di scattare una nuova fotografia a soggetto collettivo: i giovani e il lavoro all’interno dell’hub. La ricerca si intitola “Giovani a Malpensa” ed è stata curata dalla sociologa Stefania Doglioli. Sono questionari e interviste su 271 lavoratori effettuati nel 2001. 
«I giovani sono arrivati qui pensando all’aeroporto com’era – dice Piergianni Rivolta, sindacalista di Filt Cgil citato in coda al volume – e cioè un’azienda dove si sta bene e si guadagna molto, con un modello di sindacato consolidato e il monopolio che non dava problemi di produttività ed esuberi».
Tutto questo fino all’apertura dell’hub e all’avvio di una liberalizzazione spinta nel settore aeroportuale. Malpensa, la “città perennemente aperta”, conta oggi 290 aziende con ben 30 contratti collettivi diversi: 4.500 dipendenti Sea, 4.000 addetti delle compagnie aeree, 2.000 addetti al catering, 3.000 di attività commerciali e imprese di pulizia. Infine 1.000 statali e 1.000 agenti delle forze dell’ordine. Una babele di linguaggi e di storie. Difficile da gestire e da raccontare, e soprattutto da tutelare, tanto da richiedere oggi, una "alfabetizzazione" su tutele, previdenze e tipologie contrattuali.
In questo vasto universo, le motivazioni al lavoro sono allineate con quelle di altri luoghi: soldi, sicurezza , possibilità di carriera. Altro dato significativo: nella maggior parte dei casi, chi lavora in aeroporto ha già avuto altre esperienze, anche a tempo indeterminato. 
«Su Malpensa molti lavoratori hanno dunque fatto una scelta e investito il proprio futuro – sottolinea Flavio Nossa, segretario della camera del lavoro di Malpensa – per questo è fondamentale offrire delle risposte serie e non ragionare solo di business». Sull’aspetto delle prospettive dell’aeroporto è intervenuto il dottor Graglia di Univa, ma è stata Ivana Brunato, segretario provinciale della Cgil, a riportare la barra della discussione ben ferma sulla provincia di Varese. Perché l’aeroporto è a Varese e perché molta delle forza lavoro viene da qui. Secondo i sindacalisti una domanda mancante, al dibattito su Malpensa, è propria quella della qualità del lavoro. Quesito scottante, alla luce di quanto detto sopra, della "deregulation", e tutto quello che ne è seguito.
Uno dei risultati sottolineati dai relatori, riuniti all’Aloisianum di Gallarate, è dunque lo scarto tra le aspettative e le reali condizioni attuali dei lavoratori. Con in più un handicap: la poca voglia di lottare di una generazione che ha già trovato la tavola imbandita. Una delusione che potrebbe dare allo stesso sindacato lo spunto per riaffermare un rapporto con i giovani. Da parte della Cgil si sottolinea infatti uno sfilacciamento nei rapporti, concepiti spesso in termini di servizi, ma che ritornano all’origine rivendicativa ogni qual volta si vede minacciato il posto di lavoro. Una condizione oggi drammaticamente viva e che risveglia un po’ tutti, come testimonia un altro passo dell’intervista a Pierluigi Rivolta: «L’altro giorno abbiamo avuto un problema in una compagnia aerea – dice – siamo andati e abbiamo fatto sedici tessere su diciassette presenti».

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Pubblicato il 02 Dicembre 2002
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