Pensioni? Sì, ma risicate
Università – Nella squadra del ministro Maroni per riformare le pensioni, Michele Bernasconi, docente di economia dell'Insubria, spiega quali sono gli scenari futuri. Tra speranze e preoccupazioni
«Le pensioni dei nostri padri non esisteranno più. Ma, con alcuni cambiamenti, il sistema previdenziale pubblico non scomparirà» Michele Bernasconi, docente di economia all’Università dell’Insubria assicura quanti oggi temono il peggio guardando alla propria futura vecchiaia. Il professore ha fatto parte, nell’estate del 2001, della commissione voluta dal ministro del Welfare Roberto Maroni per fare il punto della situazione: «In quattro mesi siamo riusciti a stilare un documento, detto rapporto Brambilla che è servito ad avviare il confronto con le parti sociali, da cui è nata poi la legge delega dell’autunno 2001».
Michele Bernasconi è soddisfatto del lavoro svolto, soprattutto perché si è riusciti a lavorare in modo serrato attorno ad un obiettivo concreto, lasciando da parte le dissertazioni accademiche. Il rapporto consta di tre parti: la verifica dei risultati ottenuti con la riforma Dini nei primi cinque anni e, i prospettiva, fino al 2005, una proiezione a lunga scadenza e l’individuazione di alcuni problemi strutturali, con suggerimenti per cambiamenti di rotta: « L’età pensionabile, per esempio, è indubbiamente un elemento fondamentale nella revisione del sistema. Politicamente è un passaggio difficile perché ha implicazioni sociali notevoli. Si sente parlare di incentivi per prolungare l’età lavorativa, ma senza obbligatorietà diventa impossibile fare previsioni sulla loro efficacia».
Con il sistema contributivo in vigore oggi, le pensioni vengono calcolate su ciò che effettivamente si è versato nel corso della vita (prima del ’95, il calcolo avveniva in base all’ultimo stipendio percepito): per ovviare alla minor redditività si suggeriscono forme parallele, assicurazioni private. La difficoltà a far passare questo discorso è legata, però, alla scarsità delle risorse a disposizione. «Tra i problemi oggettivi – prosegue Bernasconi – c’è la disparità di trattamento tra quanti hanno maturato la pensione prima del ’95, quanti sono entrati nel mondo del lavoro successivamente e quanti stanno a cavallo dello spartiacque. Si dovrebbe trovare una via per risolvere questa disparità intergenerazionale. Si può pensare che la ricchezza dei propri padri venga capitalizzata e trasmessa in eredità. Ma sposando questo concetto, si legittimerebbe il mantenimento dei livelli sociali senza possibilità di ribaltarli».
Futuro nero, dunque? Bernasconi invita a non disperare: «Io non amo previsioni a lunga scadenza, come quella che indica la “gobba” (la spesa sociale superiore alla ricchezza prodotta) nel 2035. Ci sono troppe variabili: tra qualche anno potremmo assistere ad una rivoluzione che crea reddito in un modo oggi imprevedibile. Io ho solo una certezza: se l’unico indicatore rimane quello dello sviluppo demografico, sarà una Caporetto».
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