Professione: oratoriano. E la parrocchia fa il salto di qualità

Luca Giancristofaro è l’unico “operatore laico responsabile di oratorio” della provincia di Varese. Ricopre questa carica con successo da quasi cinque anni

«È impegnativo, faticoso, a volte snervante. Ma le soddisfazioni sono le stesse di quelle di un padre di famiglia». Luca Giancristofaro lavora ormai da 5 anni come Educatore Laico Responsabile dell’Oratorio. La Parrocchia di Tradate, infatti, è l’unica in provincia di Varese ad aver usufruito della possibilità di istituire questa figura a tempo pieno. Figura che sostituisce, di fatto, quella del prete.
«Chiariamo, la figura del prete c’è ancora, ma come direttore dell’Oratorio» spiega Luca, 31 anni, laureato in pedagogia, sposato e con due bambine. La figura del responsabile laico è nata soprattutto in seguito alla carenza di preti e alla necessità delle parrocchie di non perdere forza in quella istituzione per i giovani che è l’oratorio. Oggi ad esempio, la struttura di Tradate gestisce tutti i giorni, oltre alle normali lezioni di catechesi e le iniziative per i giovani, il progetto “dispersione dell’unità” a sostegno delle famiglie a cui per ora aderiscono una cinquantina di bambini. Si tratta di una sorta di doposcuola, completo di pranzo per chiunque ne faccia richiesta.

La figura dell’Educatore Laico esiste soprattutto nelle parrocchie con l’unità pastorale, dove un prete da solo non riesce a gestire contemporaneamente due oratori. Gli educatori laici, come Luca, fanno parte della “cooperativa Aquila e Priscilla” che fa capo alla Diocesi di Milano. La cooperativa compie un’opera di formazione degli operatori laici e poi li destina nelle varie parrocchie che ne fanno richiesta. Il tutto dopo la valutazione della Diocesi. Infatti, il sostegno economico di questi operatori è sì effettuato dalla cooperativa, ma con anche il contributo della Parrocchia. In tutta la Diocesi di Milano gli educatori laici sono circa una quindicina.

Luca, che fin dalla suola superiore ha ricoperto il ruolo di educatore volontario all’oratorio di Tradate, è oggi l’unico educatore laico responsabile di oratorio che opera nella provincia di Varese.

Niente sabati, niente domeniche. Cinque anni così: cosa ti spinge a proseguire su questa strada?
«Nel contratto è previsto che sabato e domenica siano giorni lavorativi. Ma ho anche io il mio giorno libero alla settimana. Quello che mi spinge ad andare avanti è solo una grande passione per stare vicino ai ragazzi. Ma non bisogna dimenticare una forte dimensione vocazionale, ovvero essere chiamato a stare con i ragazzi, ad avere una famiglia e investire le mie risorse di famiglia nei ragazzi.

Cosa dice la famiglia di questo lavoro che porta via anche molto tempo?
«Sono contente perché possono anche venire in oratorio. Mia moglie lavora come infermiera professionista all’ospedale di Tradate e capiamo entrambi benissimo l’importanza di un lavoro nell’ambito sociale».

Cosa è cambiato in questi cinque anni?
«Non dovrei essere io dirlo. Sicuramente è stata introdotta un’immagine nuova della figura del “laico”. Un laico che dimostra di potersi spendere in tutti gli ambiti e che si assume delle responsabilità. Il sacerdote è così chiamato a delegare». 

A Tradate, ad esempio, cosa è successo?
«Nel nostro oratorio è emersa una continuità nel lavoro, quindi non più proposte legate alla contingenza, ma un programma di lavoro con degli obiettivi che si portano avanti ogni anno. Una stabilità del lavoro che crea anche una cerchia di collaboratori che portano avanti un progetto».

Non più una figura come quella del prete a guidare l’oratorio. Può anche essere vista come una sorta di apertura?
«Certamente. I laici sono costretti a vedere una nuova figura del prete, nuova e diversa. Il prete non è più quello che deve fare tutto, ma il laico deve essere capace di mettersi a lavorare e assumere corresponsabilità. Inoltre è una figura che i ragazzi sentono più vicina, meno istituzionale e più presente nei loro ritmi di vita. Non puoi essere uno di loro, altrimenti si perde nel rapporto educativo, ma devi essere “uno” con loro, sempre».

Perché questa figura di “educatore laico” non ha preso anche nelle altre parrocchie della provincia?
«Primo perché non è una figura molto conosciuta. Secondo perché significa anche investire economicamente: è la cooperativa che paga l’educatore, ma tra la parrocchia e la cooperativa esiste un contratto e parte dei soldi che arrivano nella busta paga dell’educatore laico sono soldi parrocchiali. Terzo motivo, il numero degli educatori che sono disponibili a un lavoro di questo tipo sono molto pochi. Chiedere a un educatore di lavorare anche il sabato e la domenica, spesso di sera, è una grossa richiesta. O c’è la dimensione vocazionale e si cerca un altro tipo di lavoro».

Quali i prossimi obiettivi, personali e professionali?
«Un sogno di tutta la famiglia è quello di andare in missione in Brasile nelle Favelas e stare a contatto con quei ragazzi. Nell’ambito dell’oratorio l’obiettivo è quello di far crescere figure di laici corresponsabili in maniera che si possa portare avanti con passione, anche dopo di me, la pastorale dell’oratorio».

«Nel ’98 stavo già facendo una tesi sugli oratori – racconta – quindi uno dei miei sogni era proprio quello di lavorare come educatore nell’ambito oratoriano. Quando mi è stata proposta questa opportunità, già lavoravo come educatore all’istituto dei Pavoni, ma non ho avuto dubbi e ho accolto la proposta».

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Pubblicato il 12 Marzo 2003
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