Automazione da record, Pmi al bivio: “Il capo magazzino? Sarà un ingegnere”

Secondo l’Osservatorio OSAM dell’Università LIUC, coordinato dal professor Fabrizio Dallari, il mercato italiano della pura automazione di magazzino vale 850 milioni di euro nel 2024 ed è destinato a superare il miliardo entro tre anni. Ne parliamo con i ricercatori Alberto Corti e Daniela Bianco

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Il settore dell’automazione dei magazzini cresce a un ritmo medio del 10% annuo negli ultimi cinque anni, raggiungendo nel 2024 un fatturato complessivo di 2,7 miliardi di euro, di cui circa due terzi generati all’estero. In Italia il valore della sola automazione di magazzino, tra nuove installazioni, ampliamenti e revamping, è stimato in 850 milioni di euro.
Sono alcuni dei dati presentati dall’Osservatorio sull’Automazione dei Magazzini (OSAM) dell’Università Liuc di Castellanza, coordinato dal professor Fabrizio Dallari, direttore del Centro sulla logistica e la supply chain della Liuc, e realizzato in collaborazione con Tecniche Nuove, che confermano una crescita strutturale e non episodica del comparto. In questo scenario si inserisce la riflessione di Alberto Corti e Daniela Bianco, giovani ricercatori che hanno condotto l’indagine sulle Pmi.

«Probabilmente il capo di un magazzino nel futuro sarà un ingegnere e non più un operaio», è una delle provocazioni emerse durante il convegno. Se la tecnologia è al servizio del lavoro, perché nelle Pmi c’è ancora tanta prudenza?

Alberto Corti: «È anche un tema di valutazione del ritorno dell’investimento. Spesso la percezione è che un investimento debba rientrare in tempi molto brevi, cinque o sei anni al massimo. Se non si vede un ritorno immediato, si tende a rimandare. Ma così non si colgono tutti i benefici, che non sono solo economici. L’automazione riduce il sovraccarico fisico degli operatori, limita le attività ripetitive e migliora la qualità del lavoro. Manca ancora la percezione di questi effetti qualitativi: è uno shift culturale che dobbiamo compiere».

Daniela Bianco: «Presto non sarà più una scelta tra automatizzare o no. Per continuare a esistere molte aziende dovranno automatizzare. Oggi mancano i carrellisti, prima mancavano gli autisti, c’è sempre una figura difficile da reperire. Le Pmi forse non lo hanno ancora pienamente compreso o non riescono a fare il passo. Gli incentivi fiscali possono aiutare, così come le nuove misure che si stanno delineando».

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I relatori che hanno partecipato alla presentazione del rapporto dell’Osservatorio sull’automazione dei magazzini (OSAM) dell’Università Liuc di Castellanza. Dallari è il primo da sinistra

Anche sugli incentivi, però, le piccole imprese faticano a intercettare le opportunità. È ancora una questione culturale?

Alberto Corti: «C’è anche un problema pratico: accedere ai fondi non è semplice. Servono competenze e risorse dedicate per seguire tutto l’iter. Un’azienda strutturata può appoggiarsi a consulenti esterni, una piccola realtà spesso no. Questo fa la differenza».

Daniela Bianco: «Nel nostro sondaggio avevamo inserito una domanda specifica. Una quota, circa il 10% degli intervistati, non era a conoscenza delle opportunità disponibili. Questo impone a noi ricercatori, alle università e ai centri di ricerca di  fare di più sul fronte della disseminazione e del trasferimento delle informazioni necessarie alle aziende».

Dalla vostra ricerca emerge che alcuni settori, tra cui metalmeccanico, alimentare e gdo, sono quelli che automatizzano di più. Perché?

Alberto Corti: «Conta molto la standardizzazione. L’automazione funziona al meglio quando le unità di movimentazione sono stabili e omogenee. Se parliamo di produttori, spesso riescono a standardizzare ciò che esce dalla produzione: pallet regolari, sagome corrette, imballaggi coerenti. Se invece ci sono carichi instabili o non uniformi, si creano problemi alle fotocellule e blocchi di sistema. Avere uno standard aiuta l’introduzione della tecnologia».

Daniela Bianco: «In alcuni casi l’automazione è partita dai settori a valore unitario più basso, come la Grande distribuzione organizzata, dove i volumi sono determinanti. Per ottenere margini occorre fare numeri importanti e quindi servono efficienza e velocità. Nella metalmeccanica, invece, spesso le referenze sono meno numerose ma con valore unitario più alto, pertanto le logiche cambiano».

Le nuove soluzioni tecnologiche rappresentano un salto definitivo verso la robotica diffusa o resteranno applicazioni di nicchia?

Alberto Corti: «Non tutto deve essere automatizzato. Il presidente di Osam, Maurizio Conti, lo ha chiaramente detto nel suo intervento: “Come per tutte le tecnologie  di automazione, la vera domanda non è se si può automatizzare, ma se e in quale contesto farlo”. Pertanto, ci sono referenze e processi che si prestano meglio, altri meno. In presenza di molte referenze con pochi pezzi per codice, ad esempio, può avere senso automatizzare solo una parte. Dipende sempre dal contesto specifico».

Meglio intervenire su un impianto esistente o progettare tutto da zero? Brownfield o greenfield?

Daniela Bianco: «Intuitivamente verrebbe da dire greenfield, partire da zero è più semplice. Ma il nostro tessuto industriale è fatto di strutture esistenti, spesso storiche. Le tendenze più recenti mostrano tecnologie pensate proprio per il brownfield. Dobbiamo guardare anche a quello».

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

Pubblicato il 18 Febbraio 2026
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