«Non pensavo saremmo più tornati vivi alla missione»

Il missionario laico Alessadro Codato è stato vittima di un agguato armato in Sudan; adesso si trova ricoverato all'ospedale Galmarini

«Siamo rovinati. È quello che ho pensato appena ho visto morto a terra il militare che ci accompagnava. Ho temuto che non saremmo più tornati alla missione vivi». Alessandro Codato, 36 anni residente a Tradate, è il missionario laico che, circa un mese fa, all’inizio di marzo, è rimasto vittima di un agguato armato in Sudan, al confine con il Kenya. Nell’agguato era rimasto ferito anche il Missionario Comboniano Padre Elia Ciapetti. 
Dopo tre settimane al Nairobi Hospital nella capitale kenyota, Alessandro è stato trasferito al Galmarini di Tradate. In questi giorni ha subito una seconda operazione al femore, in quanto dopo una caduta, si era piegata la placca di metallo inserita con il primo intervento. «Adesso sto bene, mi hanno curato bene, ma ci sono stati momenti in cui ho temuto il peggio».

In quei giorni le notizie arrivavano confuse. Tu cosa ricordi?
«Purtroppo ricordo tutto. In auto eravamo in dieci e stavamo andando a Lokichokio, in Kenya, dove ci sono campi delle nazioni unite, per fare compere per la missione. Saremmo dovuti rimanere via 2 o 3 giorni. Io ero alla guida del mezzo ed ero l’unico che sapeva guidare. Dopo pochi chilometri ci hanno fermato i banditi per rapinarci».

Con voi c’era un militare dell’esercito di liberazione popolare…
«Con noi c’era un militare di scorta che è sceso subito. Ma appena i banditi hanno visto il fucile, c’è stata una sparatoria e l’hanno ucciso. Una volta che avevano finito di sparare, Padre Elia Ciapetti è sceso dall’automezzo e loro hanno iniziato a chiedere i soldi. Non era la prima volta che fermavano Padre Elia, ma le altre volte, quando lo vedevano, lo lasciavano passare».

Stavolta no.
«All’inizio sembrava che li avesse convinti anche questa volta. Infatti hanno fatto risalire Padre Elia sul mezzo, ci hanno lasciato passare, ma quando siamo partiti ci hanno sparato tre colpi nella portiera. Una pallottola mi ha preso il femore, un’altra mi ha preso di striscio a un braccio. Padre Elia, invece, è stato raggiunto al braccio. Non potevo più guidare; qualcuno da dietro mi ha aiutato a spostarmi e, a tentoni, tra prima e seconda, ci ha portato via. Intanto i sei banditi erano scappati».

A distanza di un mese cosa pensi di quanto accaduto?
«È stata un’esperienza terribile. È stato brutto anche vedere come questi banditi hanno ucciso il militare. Per loro è una cosa normale: si tratta di tribù semi-nomadi e si ritengono guerrieri, quindi fanno razzie di bestiame e di quel che trovano. Per loro uccidersi non è così assurdo come lo vediamo noi. Dopo questa aggressione, infatti, dalla zona sono stati fatti rientrare tutti i missionari comboniani».

Cosa ti ha spinto ad andare in missione in Africa?
«Insoddisfazione per come si vive qua, voglia di fare qualcosa di più gratificante. E, anche, attrazione nei confronti del continente africano, dove ero stato già due volte sempre per opere di volontariato, ma per periodi più brevi, per cui sfruttavo le ferie del lavoro».

Questa volta ti saresti dovuto fermare tre mesi. Come hai fatto per il lavoro?
«Mi sono licenziato. Lavoravo in una ditta di Malnate, ma avevo deciso di cambiare vita. Volevo fare un’esperienza personale diversa. E l’ho fatta».

Sempre deciso a proseguire l’opera come missionario laico?
«Certamente, appena potrò rimettermi in piedi farò un breve periodo di vacanza, poi ripartirò appena potrò».

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Pubblicato il 02 Aprile 2003
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