Condannato per furto di chicco d’uva

Furti d'uva e di salami, sassi lanciati contro i treni, guaritori-lattonieri. Alcuni casi giudiziari trattati dal tribunale di Varese alla fine dell'Ottocento

Quattro minorenni di Varese – il più piccolo ha solo 15 anni, il più grande ne ha 17- vengono sorpresi in una proprietà a rubare chicchi d’uva, per un valore di pochi centesimi di lire. L’accusa è quella di furto e in questi casi la legge parla chiaro: chi ruba finisce in galera. Non importa se lo ha fatto per fame, golosità o per farsi bello con gli amici e ancor meno se è minorenne, cio’ che importa è che paghi con una pena. 
I quattro finiscono davanti al giudice, il quale, per nulla intenerito dalla loro giovane età, affibbia al più grande, Ezio Bertoni originario di Verona, sette mesi e 20 giorni di detenzione da scontarsi in un istituto di correzione, con la pena aggiuntiva della segregazione cellulare. Per gli altri tre ci sono pene detentive più blande, ma comunque significative. Correva l’anno 1889. 
Questo è uno dei casi originali emerso dai  fascicoli della pretura e del tribunale di Varese, risalenti al periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, acquisiti dall’archivio di Stato cittadino.
Il materiale, organizzato dal direttore dell’archivio, Claudia Morando, in un data base elettronico,
ha ispirato il tema del convegno sulla giustizia civile e penale tra Ottocento e Novecento , in programma a Villa Recalcati per la "Settimana della cultura". 

Furti di generi alimentari, vestiti, cappelli e cristalli di Boemia. Atti di teppismo, degni dei recenti casi del cavalcavia, come quelli avvenuti tra il 1887 e il 1888 sulla tratta ferroviaria Varese-Laveno e in località Germignaga.  Casi umani, rivelatori di una condizione di sopravvivenza ormai remota, ma anche diatribe e cause legali di stringente attualità, come quella che coinvolse l’imputato Emilio Brugnoni, brentatore (trasportatore di vino) di professione e "guaritore" a tempo perso. 
Il procedimento risale al 1890 e il Brugnoni è chiamato davanti al giudice penale da Ferdinando Bai, muratore di Cantello. Le accuse sono gravi: contraffazione dell’arte sanitaria e lesione colposa involontaria. 
I fatti: il Bai soffre di un’infiammazione al nervo sciatico, il suo medico condotto non trova il rimedio al suo dolore e così, siccome in giro si dice che il Brugnoni in questi casi è più che un brentatore, gli chiede un rimedio. Il "praticone" gli prescrive un unguento da applicare all’arto destro, avvertendo il paziente che la cura gli farà sì passare il dolore, ma che al tempo stesso potrebbe provocargli degli effetti collaterali, simili ad ustioni, che puntualmente si presentano. Uomo avvisato, mezzo salvato? Bai lo cita in giudizio, producendo delle perizie mediche, tra cui quelle del suo medico condotto, che non era mai riuscito a guarirlo, ma in compenso molto arrabbiato per essere stato scalzato dal lattoniere nella fiducia del paziente. Il Brugnoni si difende:  confessa sul primo capo d’imputazione e respinge l’accusa di lesioni colpose. La sentenza datata 12 settembre 1890 gli dà contro: Emilio Brugnoni è responsabile di lesione colposa involontaria e viene condannato ad una contravvenzione di lire 150, che, nel caso di insolvenza verranno convertiti in altri 15 giorni di reclusione. Sentenza riformata in appello per mancanza di colpevolezza. 


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Pubblicato il 09 Maggio 2003
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