Involtini primavera? «Sono a prova di Sars»

Appello dei ristoratori e del console cinese in Italia contro gli allarmismi della stampa. Nessun legame con la malattia

Ristoranti cinesi? Assolutamente sicuri e senza nessun legame con l’influenza atipica, la Sars, lo spauracchio epidemiologico degli ultimi mesi. Che gli italiani tornino a frequentarli e a riempirli come fino a pochi mesi fa. «Siamo tutti qui in Italia da tanti anni e sentiamo il vostro paese come una seconda patria. Vogliamo tornare ad essere guardati con fiducia, recuperare la rispettabilità che notizie allarmanti e ingiustificate hanno fatto crollare». E’ l’appello corale lanciato oggi in una conferenza stampa congiunta svoltasi presso il ristorante Oasi, il capostipite dei locali cinesi in città.
Presenti il console cinese in Italia Fu Congyang, Li Xiaoping, suo assistente presso il consolato generale e una nutrita rappresentanza dei gestori dei ristoranti nella provincia. Una sola voce nel lanciare un accusa precisa: a fronte di nessun caso certificato di Sars in Italia, la stampa nazionale e locale hanno contribuito a creare un clima diffuso di panico e diffidenza verso tutto ciò che attiene al paese asiatico. La presenza del console in particolare serve allora a lanciare messaggi rassicuranti anche su quanto avviene ora in Cina: i dati confermano che la diffusione dell’epidemia – all’origine calo del volume d’affari del paese specie in termini di turismo – si sta fortemente ridimensionando. La stessa organizzazione mondiale della sanità – ribadisce il diplomatico – ha garantito che, tranne nella zona di Pechino, ancora sotto stretta osservazione, non vi sono rischi per i turisti. A dare maggior vigore al messaggio tranquillizzante un altro dato: l’assoluta preponderanza degli operatori attivi in Italia proviene da una specifica zona dell’immenso paese asiatico, la provincia di Zhejiang: una regione che, pur contando circa 40 milioni di abitanti, non ha mai registrato nessun caso di contagio.
Allarmi infondati, dunque.
Lo sono ancora di più se si pensa che nei locali nostrani il 95% degli alimenti è di stretta produzione italiana; il resto viene dall’Equador; solo birra e grappa hanno provenienza cinese. Ma, sottolineano i ristoratori, dovrebbe essere noto che il virus sopravvive solo 4 ore al di fuori del corpo umano. I prodotti impiegano molto più tempo. Insomma non esiste nessuna probabilità dell’esistenza di nessi tra malattia e chinese food.
Quanto al fattore trasmissione umana, i ristoratori assicurano: «siamo i primi a voler tutelare noi stessi, il nostro lavoro, e i nostri clienti». Da qui la richiesta ai dipendenti di frequentare il meno possibile luoghi di maggior concentrazione della comunità cinese e di usare più il telefono per i rapporti.

Benché i dati più recenti confermino un lieve miglioramento degli afflussi, l’effetto Sars ha avuto in tutta Italia ricadute devastanti sulle microeconomie cinesi: cali ovunque tra il 70 e il 90%. I ristoratori alcune settimane fa avevano deciso di interrompere l’attesa passiva: presa carta e penna, hanno scritto alle autorità, e così è stato per il sindaco e per il prefetto di Varese, per chiedere una presa di posizione chiara e inequivocabile di fronte alla popolazione: nessuna paura a mangiare i celebri involtini primavera.
Per continuare la loro battaglia i ristoratori hanno organizzato per giovedì sera presso l’Oasi una cena ufficiale, un gesto dimostrativo. Le autorità sono di nuovo invitate a dare un segno tangibile.
In ogni caso, il 30 giugno nuovo appuntamento presso la sede dell’Ascom: nuova conferenza stampa di carattere scientifico-sanitario per far luce sulla natura, gli effetti, le modalità della Sars.

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Pubblicato il 17 Giugno 2003
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