«Un incidente ti cambia la vita»
Tante persone perdono la vita ogni giorno sulle strade. Ma cosa succede quando ti capita un incidente stradale? La testimonianza di Fabio, che racconta la sua esperienza
«Non ricordo se in quel momento pensassi alla morte o alla vita. Ma solo al sangue che non mi faceva respirare, che faceva da tappo assieme al casco e alla sciarpa. Faceva freddo. Ordinavo al mio corpo di reagire ma non potevo fare altro che stare a terra: le gambe non mi rispondevano».
Sono da poco passate le 20.30 di una sera di novembre di qualche anno fa. Corso Italia, a Busto Arsizio. La moto, una 125, si vede tagliare la strada da un’auto. Un ragazzo di 19 anni “vola” per qualche secondo. Subito dopo si trova per terra. La moto distrutta, gli amici e i conoscenti che, da copione, guardando il mezzo si chiedono come il conducente abbia fatto a salvarsi. Ora quel ragazzo fa l’infermiere, lavora in Svizzera, a Mendrisio, e decide di raccontarci la sua storia e quello che ha provato in quei tragici minuti.
«Quando ero per terra, in mezzo alla gente, era come se abitassi con la testa da un’altra parte, visto che non riuscivo a comandare nessuna mia azione». Eppure Fabio (nella foto) il male lo sentiva, soprattutto alle gambe. «E poi quel senso di costrizione, che non mi faceva respirare. Riuscivo solo a urlare “toglietemi il casco!, Veloci, non respiro!”. Poi ho sentito le voci della persona che mi ha investito. “Non l’ho visto, non l’ho visto davvero”, diceva. Poi le sirene, le bestemmie in pronto soccorso, al momento della “trazione” della frattura (frattura di tibia e perone scomposta e pluriframmentata alla gamba destra, oltre alla rottura dei legamenti crociati alla gamba sinistra, frattura dello scafoide alla mano sinistra e il forte trauma cranico ndr), quando mi hanno inserito i “ferri” per ricompormi la gamba». Un miracolato, insomma. Fabio, infatti, oggi sta bene. Dopo sei mesi di stampelle la sua vita è tornata normale; oggi può lavorare, spostarsi con le sue gambe. Ha un lavoro e una donna che presto sarà sua moglie.
La storia di Fabio Lomazzi, un giovane come tanti, è però molto particolare. Al momento dell’incidente Fabio era iscritto al secondo anno della scuola infermieri di Busto Arsizio. Ha perso l’anno dopo l’incidente, ma, come tutti i frequentanti della scuola infermieri, conosceva già molti infermieri di pronto soccorso e dei reparti ospedalieri, che l’hanno curato dopo l’arrivo in ospedale. «Una delle cose che più mi ha toccato è stato proprio il rapporto con chi aveva il compito di curarmi: sono stato fermo per giorni senza essere autosufficiente e la cosa è stata davvero molto, molto sgradevole, visto che conoscevo bene le persone che si occupavano di me». Un’esperienza che gli è servita per il suo attuale lavoro e per fargli comprendere il valore della dignità soprattutto nei confronti di chi ha bisogno di essere assistito.
Tra le note che chiudono questa testimonianza ce n’è una che ha il sapore dell’assurdo. Nel corso delle lezioni alla scuola infermieri, infatti, Fabio ha potuto lasciare qualcosa di “suo” ai suoi futuri colleghi. Le lastre che la radiologia dell’ospedale ha sviluppato dopo il suo incidente, infatti, sono state utilizzate alla scuola infermieri come esempio per indicare la tipica frattura scomposta. Le stesse lastre sulle quali Fabio ha studiato per diplomarsi.
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