Un varesino nel kibbutz

Maurizio Orsatti, originario di Tradate, vive da oltre trent'anni ad Eilot nel sud di Israele

Le prime tre stelle, dopo il tramonto, brillano in cielo. Lo shabbat è appena finito anche nel kibbutz di Eilot. Lì, a due passi dal Mar Rosso nell’estremo sud di Israele, dove basta alzare lo sguardo per vedere il confine con l’Egitto, vive da oltre trent’anni il varesino Maurizio Orsatti. La sua è una storia lunga che comincia nel 1972 a Baden, in Svizzera,  dove la famiglia  Orsatti, originaria di Tradate, era emigrata negli anni Sessanta. Qui conosce alcuni ragazzi, che gli parlano di Israele e dei kibbutz, dove sono andati a fare gli agricoltori come volontari. Luoghi dove l’utopia della comune è diventata realtà.  
Maurizio, allora ventisettenne, rimane colpito da quei racconti e decide di partire, in cambio avrà una paga minima e un alloggio in un kibbutz a dieci chilometri dal Libano, per un periodo di tre mesi. Qui conosce Rachel, una giovane ebrea, di origine marocchina, che sta terminando il servizio militare. Lei in Israele ci è arrivata nel 1953, passando dalla Francia. Si innamorano e decidono di ritornare insieme in Svizzera. Lui è un goy, cioè un non ebreo o un gentile, come si dice. Il rabbinato non ammette i matrimoni misti, ma poco importa, si sposano lo stesso. Il loro matrimonio è riconosciuto civilmente, quanto basta ber dire "siamo una famiglia". Per i figli non è un problema, la discendenza ebraica è matrilinea.
(nella foto: Rachel e Maurizio con il figlio Yaron e il nipotino Or)

Il loro è un matrimonio felice. Nasce Amir, ma la Svizzera e soprattutto il tedesco non piacciono a Rachel. Allo scoppio della guerra dello Yom Kippur, decidono di ritornare in Eretz Israel. Arrivano a Nazareth Elite, dove gli viene assegnata una casa popolare e nel 1974, quando il deserto del Sinai era ancora israeliano, approdano al kibbutz di Eilot. Nel frattempo nasce il secondo figlio, Nadav. Dopo di lui ne arriveranno altri cinque. Il più piccolo, Yaron, oggi ha 13 anni. «Negli anni Settanta – spiega Maurizio – nei kibbutz i bambini dormivano negli asili e passavano solo una parte della giornata con la famiglia. Oggi  le cose sono cambiate. Il nostro problema è che i ragazzi una volta usciti non ritornano, tendono a fare la propria vita. Vanno nelle grandi città come Haifa o Tel Aviv e lì rimangono. Una delle mie figlie è ritornata in Europa, vive a Londra con il marito».
Nonostante alcune trasformazioni, l’organizzazione di base è comunitaria: non c’è una paga per i lavoratori, i soldi vengono messi in una cassa comune e  le spese vengono pagate dal kibbutz. Il tutto sotto il controllo di un sindaco e un contabile. 

Ad Eilot, dove vivono circa trecento persone, negli ultimi anni oltre all’agricoltura, si è guardato con interesse al turismo: la vicinanza del Mar Rosso, il bel paesaggio e il relativo isolamento dagli scenari più pericolosi, rendono i dintorni  del kibbutz un luogo quasi sicuro. «Quando tutto intorno è deserto e ad un certo punto vedi un verde lussureggiante e delle piantagioni allora sei arrivato in un kibbutz. Da noi si coltivano datteri, uva da pasto, meloni, angurie, melanzane, cipolle e mais. C’è anche  una fabbrica che produce trasformatori e ha rapporti commerciali con l’Italia. A Eilat abbiamo anche un console onorario italiano».
Maurizio conosce l’esperienza dell’esercito: un periodo di leva di quattro mesi e poi il riservista per otto anni. È una cosa normale in Israele, tutti fanno il militare, compresa sua figlia Agar di appena diciannove anni, tuttora sotto le armi. «Qui i ragazzi studiano 12 anni. Raggiunta la maggiore età rispondono alla chiamata dello Stato. In genere gli uomini sono più operativi e finiscono nelle zone più calde, mentre le donne o fanno gli istruttori o stanno in ufficio. Anche se da fuori a voi sembrerà che qui la vita è impossibile, non è proprio così. Tutti qui vogliono la pace, arabi compresi, il problema è che con il terrorismo non si ragiona. Quando vai in alcune zone del Paese non sai se ritornerai a casa».
La famiglia Orsatti è cresciuta,  sono arrivati due nipoti, figli del primogenito Amir e manca poco per il bar mitzwah del giovane Yaron, l’ultimo nato di Maurizio e Rachel. È una cerimonia importante nella cultura ebraica, perché segna l’entrata del bambino nel mondo degli adulti. Yaron leggerà pubblicamente un passo della Torah (i primi cinque libri della Bibbia, il Pentateuco) e sarà così chiamato a confrontarsi con i precetti dell’ebraismo. «Io sono rimasto cattolico, ma come per tutti gli altri miei figli, quel giorno sarò pronto a mettermi la kippah e il tallit e andare in sinagoga».


Tutti gli eventi

di febbraio  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

Redazione VareseNews
redazione@varesenews.it

Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.

Pubblicato il 11 Febbraio 2004
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.