Accordi bilaterali «Così la Svizzera si avvicina all’Europa»
L'analisi di industriali e artigiani sull'applicazione degli accordi che rivoluzionano il mondo del lavoro nell'area insubrica
Accordi bilaterali italo-svizzeri. Per il mondo del lavoro nel Canton Ticino è una rivoluzione. La libera circolazione delle persone prevista dai nuovi accordi è vista al di là del confine come una svolta decisiva nei rapporti che regolano l’attività di migliaia di frontalieri.
Una rivoluzione, la cui interpretazione tuttavia non è univoca: in molti si sono espressi sui rischi che tale liberalizzazione potrà comportare: l’aumento della mano d’opera italiana disponibile, a costi competitivamente più bassi, – questa in sostanza la posizione critica – può portare il sistema delle imprese ticinesi ad una forte pressione al ribasso dei salari complessivi.
D’altro canto, si ribatte, anche in occasione di precedenti processi di liberalizzazione di cui è stata protagonista la Svizzera, il tasso delle esportazioni elvetiche si è accresciuto; e quando nel 2001, si è aperta la fase uno dei bilaterali, molte aziende straniere si sono impiantate nel territorio elvetico portando in dote centinaia di posti di lavoro.
Il pendolo oscilla tra la paura del nuovo e la fiducia nelle prospettive che si possono aprire.
Ma affermazioni improntate alla prudenza vengono anche da parte delle associazioni di categoria del territorio: «Il liberismo economico è un processo di costante evoluzione – commenta il direttore di Univa Antonio Colombo – e come tutti i processi evolutivi può generare resistenze, tanto più in Svizzera, da sempre una sorta di nicchia».
Gli industriali varesini prestano fiducia tuttavia alla fase storica che può inaugurarsi ma guardano anche più avanti: «Il nostro auspicio – continua Colombo – è che la liberalizzazione si sviluppi rapidamente, senza bastoni tra le ruote. Il processo di integrazione tra le economie è talmente importante che presto dovremo guardare all’Europa non tanto come Unione Europea ma alla sua più estesa connotazione geografica. È in quest’ottica che vanno inquadrati e dimensionati i rapporti con il vicino Cantone»
Nell’analisi del direttore di Univa non manca una punta di polemica: «Che questa liberalizzazione possa instaurare una maggiore considerazione nei confronti della nostra mano d’opera specializzata».
Duplice è la valenza intravista anche da Marino Bergamaschi, direttore dell’Associazione Artigiani. «È positiva la modifica all’assetto del lavoratore italiano che non sarà più un’eccezione ma una norma. Ma ci sono ancora molte aree di criticità su cui varrebbe la pena discutere a lungo, sulle quali occorrerebbe una continua rinegoziazione».
Bergamaschi punta soprattutto il dito sul diverso impatto dei costi sociali: «A quando un tavolo sulle differenze del welfare tra Italia o Europa e la Svizzera? A quando un discorso vero sulla fiscalità, sugli oneri sociali? C’è il timore che poi che la Svizzera possa utilizzare al meglio le nostre imprese per far fronte alla competizione internazionale ma col prezzo di smantellare la nostra economia».
Le preoccupazioni svizzere sono giustificabili, secondo CNA che tuttavia rimane in attesa: «Capisco i timori svizzeri – sintetizza il segretario Gianni Mazzoleni -; sopratutto nel lavoro autonomo le nostre imprese sono meno care ma tecnologicamente più avanzate. È lo stesso problema che potremo avere noi con con la Slovenia, ma, appunto, con una qualità superiore. Tuttavia mi pare che ancora si brancoli nel buio per quanto riguarda le applicazioni dei patti. L’entrata in vigore è ufficiale ma occorre attendere per vedere nel concreto cosa succederà. Dal nostro punto di vista è lecito preoccuparsi per un fenomeno migratorio che non è nuovo e che può amplificarsi. D’altra parte, dobbiamo guardare alle possibilità di un mercato da cui eravamo sostanzialmente tagliati fuori».
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