L’incontenibile abbraccio del suo popolo
Arafat è stato salutato da migliaia di palestinesi
Il momento più atteso – e forse quello più denso di emozioni dell’‘ultimo viaggio’ di Yasser Arafat – l’hanno visto solo in pochi tra le migliaia di palestinesi che per ore hanno affollato la Mukata, il quartier generale di Ramallah. Nemmeno le telecamere delle televisioni internazionali sono riuscite a mostrare al mondo – pochi minuti fa – l’inumazione del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, avvenuta nel caos di una folla che ha voluto tributare in massa l’estremo saluto al suo leader, l’uomo-simbolo della battaglia per il riconoscimento della Palestina morto l’altra notte all’ospedale militare Percy, in Francia, all’età di 75 anni. Sotto quattro alti abeti, vicino a un muro di recinzione bianco del complesso di Ramallah, il capo dei tribunali islamici palestinesi ha recitato le preghiere della sepoltura; poi il corpo del Rais è stato tumulato, avvolto in un lenzuolo bianco che in molti avrebbero voluto toccare con una mano o almeno vedere. Ma non è stato possibile. Solo a quel punto – quando ci si è accorti che il breve rito funebre era concluso – ha iniziato lentamente a scemare una tensione che per tutta la giornata era andata crescendo. Migliaia di palestinesi avevano invaso la spianata della Muqata, la prigione-tomba di Arafat, dove dal dicembre 2001 le autorità israeliane lo avevano confinato militarmente. Occupati tutti gli spazi disponibili: dai tetti degli uffici presidenziali ai pali della luce fino a tutto il muro di cinta, ragazzi, giovani e molti miliziani armati si sono accalcati per vedere per l’ultima volta il feretro del loro leader. Fonti locali riferiscono che a molti altri palestinesi i soldati di Israele hanno impedito di raggiungere Ramallah, sigillando i Territori; in tutta risposta in molte città e villaggi sono stati celebrati ‘funerali simbolici’ per omaggiare il rais defunto nell’impossibilità di essere presenti di persona. È stato comunque un funerale popolare, in netto contrasto con le esequie ufficiali di poche ore prima al Cairo, in Egitto, blindatissime e riservate solo alle delegazioni ufficiali. Ad attendere i due elicotteri dall’Egitto con a bordo la bara di Arafat e i dignitari palestinesi, c’era il ‘popolo’ palestinese. “Un’emozione forte, una partecipazione intensa della gente semplice, di chi ha voluto venire a salutare il suo leader, forse senza convincersi che davvero non c’è più” racconta alla MISNA una fonte raggiunta telefonicamente a Ramallah, con la voce coperta dalla confusione (a causa della quale alcune persone sono rimaste ferite). L’atterraggio dei velivoli ha sollevato un gigantesco polverone color ocra; poi il rumore dei rotori è stato sovrastato dall’esplosione di un numero imprecisato di colpi di arma da fuoco e crepitii di kalashnikov, che per decine di minuti hanno rimbombato senza interruzione nell’aria in un momento di forte tensione e caos collettivo. Vani tutti gli sforzi dell’apparato di sicurezza palestinese di contenere la calca, che ha letteralmente bloccato i dirigenti palestinesi all’interno dei velivoli. Poi la bara, avvolta nel drappo palestinese bianco, verde, nero e rosso, è stata estratta dal velivolo e – dopo un breve quanto impossibile tentativo di fendere la folla – caricata su un’auto, dove accanto ad agenti palestinesi, le immagini televisive hanno mostrato chiaramente alcuni miliziani vestiti di nero e armati. Mentre il sole si abbassava – Arafat era un musulmano sunnita e il rito della sepoltura secondo tradizione deve essere terminato entro il tramonto – le spoglie del ‘Rais’ venivano adagiate sulla terra raccolta a Gerusalemme e deposte nella tomba scavata in tutta fretta in questi due giorni. Un tumulo “temporaneo” secondo molti palestinesi. Che avrebbero voluto assecondare il desiderio del loro capo carismatico di essere seppellito a Gerusalemme; le autorità di Israele gli hanno negato di riposare nell’agognata capitale di quello Stato – la Palestina – che il suo più tenace propugnatore se n’è andato senza veder riconosciuto.
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