Mobbing: quando l’ufficio diventa un inferno

Danni sociali enormi per le umiliazioni inflitte da coleghi e capi sui luoghi di lavoro. Martina: «Penalizzare i datori di lavoro che non prevengono il fenomeno»

Ha tra i 35 e i 50 anni, lavora, ma ha un posto che difficilmente riesce a cambiare a fronte di vessazioni continue da parte dei suoi capi o colleghi. E’ questo il profilo tipo della vittima del mobbing, argomento trattato questa mattina in un convegno sul problema che sempre più spesso accompagna chi lavora.

Il mobbing: un nemico insidioso che mina in profondità le vite di centinaia di migliaia di lavoratori italiani. Il termine, anglosassone, all’orecchio di noi italiani può voler dire poco. Ma è quanto avviene, drammaticamente, ogni giorno, in migliaia di uffici e stabilimenti, quando alcuni lavoratori vengono presi di mira, isolati, umiliati, derisi, fino a perdere l’autostima e, spesso, a licenziarsi. Nei casi più gravi famiglie vengono distrutte, per tacere d’altro.

Di fronte a questo problema, la cui gravità è emersa con prepotenza negli ultimi anni, i sindacati hanno deciso di reagire, di conoscere il fenomeno. In quest’ottica si inquadra il convegno CGIL di questa mattina a Villa Cagnola (Gazzada), dal titolo «Mobbing: cos’è e come riconoscerlo». Relatori erano Doriano Battistin, segretario generale FP CGIL Varese, Manuela Vanoli, segretario FP CGIL, il dottor Andrea Bagaglio, medico del lavoro e dirigente presso la ASL Varese, il dottor Alberto Grasso, del Coordinamento provinciale medici della CGIL, la psicologa Nicoletta Cella dell’associazione "Ilginepro" di Ispra, gli avvocati Mazria Giovannini e Andrea Bordone. A concludere gli interventi, Gabriella Sberviglieri, consigliera di parità della Provincia di Varese.

Puntuale e drammatico, in particolare, il resoconto della dottoressa Cella sulle conseguenze del mobbing. «Isolare, offendere, umiliare – questi gli obiettivi di chi "mobbizza" un collega o un dipendente, spesso per indurlo a licenziarsi. Chi subisce questo trattamento sviluppa il disturbo post-traumatico da stress, con sintomi ansioso-depressivi quali spersonalizzazione, crisi di pianto, insonnia, irritabilità, fino agli attacchi di panico e, nei casi più gravi, alla paranoia e ai deliri». Sì, perchè una delle caratteristiche più crudeli del mobbing è che spesso il mobbizzato non viene creduto neppure dagli psicologi, che lo liquidano come affetto da manie di persecuzione o mitomania. Al danno si aggiunge dunque la beffa.

Poter raccontare invece quanto subito può essere utile dal punto di vista terapeutico, così come i gruppi di auto-aiuto, che tolgono l’impressione di isolamento, di essere gli "unici" a subire e di "meritarselo" – perchè le continue umiliazioni spingono le vittime all’autosvalutazione.

Sulla tematica del mobbing, questo il parere del consigliere regionale di Rifondazione Comunista Giovanni Martina, presente a Villa Cagnola. «Qui si fa formazione ed informazione su un tema nuovo ed inquietante» riconosce Martina. «Il fenomeno del mobbing va stroncato, perchè causa un danno sociale enorme in termini di inabilità al lavoro, autolicenziamenti, disturbi psichici, crisi di famiglie, oltre ai costi dell’assistenza sanitaria. Si stima che di oltre un milione di lavoratori "maturi" (oltre i 45 anni) rimasti senza lavoro, un gran numero sia stato espulso tramite il mobbing». Ma di fronte ad un fenomeno spesso coperto dal pudore delle vittime e dall’omertà diffusa dei "carnefici", come si può reagire? «Occorre una sistemazione legale, il reato di mobbing non è ancora previsto dai codici. Bisogna, per esempio, multare le aziende o gli enti cui si verificano casi di mobbing» risponde Martina. «Nel momento in cui saranno costrette a pagare fior di cifre per indennizzare le vittime, le imprese  e gli uffici pubblici porranno grande attenzione alle dinamiche interpersonali fra i dipendenti. A questo proposito ho presentato un disegno di legge regionale».

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Pubblicato il 05 Novembre 2004
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