Samir, 10 anni e quattro genitori
Storia di un giovane marocchino che in tre anni è riuscito ad integrarsi senza perdere le proprie radici grazie all'iniziativa della "famiglia d'appoggio"
Samir ha 10 anni e proviene da una famiglia di nomadi del deserto marocchino e gioca a pallone all’oratorio di Cuveglio, partecipa al campo estivo dell’oratorio, ha molti amici e in tre anni ha imparato a scrivere e a leggere in italiano anche se a casa sua la televisione trasmette solo canali in lingua araba. La sua è una famiglia allargata: da una parte i genitori naturali, mamma, papà, una sorella e una piccola comunità di amici che si è stabilita a Cuveglio negli anni; dall’altra ci sono Paola e Giuseppe, 49 anni lei e 50 lui, insieme l piccolo Tommaso, 10 anni. Loro sono la famiglia d’appoggio di Samir, quelli che lo hanno aiutato quando, in prima elementare, il bambino non venne ammesso alla seconda classe, non parlava italiano e veniva emarginato dai suoi coetanei.
Due, tre pomeriggi alla settimana per tre anni a Samir hanno fatto più che bene, conosce tutte le tradizioni della sua terra d’origine, grazie a sua madre e suo padre, ma si inserisce passo per passo all’interno di un mondo che non gli apparteneva ma col quale ora deve fare i conti. Giorno per giorno, lettura dopo lettura. «Questo è il compito di una famiglia d’appoggio – spiega Paola Manfredi, oramai la seconda mamma di Samir – e noi cerchiamo di svolgerlo in pieno aiutando Samir ad integrarsi, a reagire a questo tipo di società sempre senza sconvolgerne gli equilibri». La famiglia d’appoggio, dunque, funziona da ponte e la cosa più interessante è che funziona alla faccia di chi è convinto che cultura occidentale e mondo islamico non possono integrarsi. Samir entra anche in chiesa e, anche se non partecipa alle funzioni, all’oratorio gioca a calcio con tutti i bambini della sua età. La sorella di Paola Manfredi, invece, ospita la sorella di Samir e anche lei, dopo i primi problemi iniziali, ora si integra a passi da gigante.
La famiglia d’appoggio funziona, dunque, e a Cuveglio ce ne sono ben sei che si impegnano in questo modo: «In buona sostanza – continua Paola Manfredi – significa ricostruire quei rapporti di buon vicinato che l’organizzazione sociale moderna ha distrutto». Mai avuto problemi con la famiglia d’origine? «Direi di no e questo nonostante la famiglia di Samir non sia un esempio di apertura mentale a 360 gradi; direi piuttosto che hanno capito l’importanza di questo istituto e i benefici che i figli potranno sfruttare per avere un domani migliore».
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