Prodotto tessile, questo sconosciuto

Del 58% dei capi esaminati non si conosce la provenienza, quasi il 90% di essi non è regolare "ma senza conoscenza e controlli resteremo tutti vittime del mercato" spiega il direttore del Centrocot

È partita dall’analisi di 390 capi, prelevati da negozi, ambulanti e dall’Agenzia delle Dogane, l’indagine effettuata nella Provincia di Varese dal Centro Tessile Cotoniero ed illustrata oggi pomeriggio da Gabriella Alberti Fusi, direttore Tecnico del Centro.

Il consumatore compra oggi il 58,5 % di prodotti di cui non conosce la provenienza" ha specificato vista la notevole quantità di capi che circolano sul mercato privi di un’indicazione che permetta di identificarne l’origine. A rincarare il problema è, inoltre, la mancanza di disposizioni legislative che prescrivano obblighi di indicazione della provenienza della merce.

Per trovare il "Made in Italy", poco presente sui banchi della grande distribuzione, ci si deve rivolgere a negozianti ed ambulanti: se nella grande distribuzione si trova il 31% di prodotto italiano, sale a circa 40 e al 51% il made in italy rispettivamente tra le bancarelle e nei negozi indipendenti. Di rimando, è molto scarsa in questi canali la percentuale di merce dichiaratamente d’importazione: nei negozi se ne trova circa il 6% «Evidentemente i negozianti indipendenti, che hanno rapporto diretto con il cliente, correlano il made in italy con la qualità – spiega Maria Grazia Cerini, direttore del Centro Tessile Cotoniero – Ma è davvero così? Non si sa: i controlli infatti non ci sono. E la legge non impone nulla».

Nel corso dell’analisi l’attenzione si è spostata anche sui prodotti e sulla scarsa corrispondenza, di quelli esaminati, con i particolari requisiti legali e qualitativi che invece avrebbero dovuto riportare. La percentuale dei capi "irregolari" è sorprendent: l’87,5% non risponde a tutti i presupposti richiesti, ed entrando nel dettaglio si nota una minor percentuale solo tra le merci che devono affrontare la dogana. Questo dato potrebbe essere riconducibile, come giustifica Gabriella Alberti Fusi, alla maggiore attenzione prestata dai produttori, consapevoli di dover oltrepassare una dogana. Ma anche i beni offerti dalla grande distribuzione hanno una percentuale di irregolarità leggermente meno elevata, spiegabile in questo caso, dalla presenza nel settore di controlli frequenti e più accurati.

Addirittura stupefacente è invece la percentuale di irregolarità nei prodotti prelevati nei negozi: il 100%, tutti i prodotti esaminati, vuoi per irregolarità nei requisiti di legge, prestazionali, o ambientali. «Il mancato rispetto dei requisiti di legge o prestazionali crea un danno commerciale, il mancato rispetto di quelli ecologici lo crea alla salute dell’uomo» afferma grintosa Grazia Cerini evidenziando l’importanza di introdurre etichette obbligatorie che precisino non solo l’origine ma anche le fasi che precedono la commercializzazione del prodotto finito. «Servono rigidi controlli e sanzioni» ha poi concluso «Perchè senza di essi resteremo sempre vittime del mercato».

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Pubblicato il 24 Gennaio 2005
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