Studenti lavoratori? Una figura ancora da “tarare”
L'alternanza "scuola-lavoro" prevista dalla Riforma Moratti divide il mondo del lavoro. Entusiasti gli industriali, più cauti gli artigiani
A sedici anni in azienda? Il mondo imprenditoriale si divide sull’attuazione del decreto approvato dal Consiglio dei Ministri che definisce i criteri dell’inserimento degli studenti in azienda.
Si tratta della formula "scuola- lavoro" che convince in pieno gli industriali, piccoli medi e grandi, che già stanno lavorando con una sperimentazione finanziata lo scorso anno proprio dal Ministero dell’Istruzione.
«Api e Univa – spiega Umberto Rega, responsabile della formazione in Api – stanno sperimentando la formula dell’alternanza con gli studenti dell’Itc Tosi di Busto. Il prossimo 4 aprile, 44 studenti, selezionati lo scorso anno, faranno due settimane di attività in azienda. Saranno impegnati 8 nostri associati, oltre ad aziende rappresentate da Univa».
Il modello di inserimento avrà la doppia finalità: educativa, per permettere ai ragazzi di 16 anni ( appartengono a due terze: linguistica e amministrativa) di capire l’importanza della puntualità, il riconoscimento dei ruoli, la comunicazione interna ed esterna; didattica, con la gestione di rapporti semplici con la clientela, l’uso di excell, la redazione di alcuni documenti base della contabilità. «Saranno due settimane che ci permetteranno di capire pregi e difetti di un sistema che sicuramente è molto promettente anche se avrà bisogno di qualche aggiustamento prima di entrare a regime».
Assolutamente favorevole alla nuova impostazione scolastica è, quindi, anche Univa che da anni sta investendo nel settore della formazione scolastica: «Con l’approvazione del provvedimento sull’alternanza scuola-lavoro il nostro sistema scolastico si avvicina a quelli europei – afferma Vittorio Gandini, direttore Unione degli Industriali della Provincia di Varese – I giovani avranno l’opportunità di migliorare il proprio percorso formativo perché l’apprendimento continuerà anche fuori dalla scuola . Avremo giovani più preparati e con una visione più realistica di che cosa sia il mondo del lavoro, in tutte le sue numerose sfaccettature. I giovani avranno quindi la possibilità di fare scelte più consapevoli per quanto riguarda il proprio futuro. Accostandosi, in particolare, anche all’industria, potranno constatare quanto essa meriti di essere considerata non solo come un’interessante opportunità di occupazione, ma soprattutto di crescita professionale. In provincia di Varese, la nostra Unione Industriali sperimenta già da anni percorsi di alternanza scuola-lavoro con alcuni istituti scolatici superiori del territorio e la valutazione di tale sperimentazione è sempre stata molto positiva sia per le imprese, sia per i giovani che vi sono transitati».
Meno entusiastica la reazione degli artigiani.
«Sicuramente una maggiore scolarizzazione e un rapporto di compenetrazione tra scuola e mondo del lavoro può essere utile – commenta Gianni Mazzoleni, segretario di Cna Varese Ticino Olona -si tratta però di capire come funzionerà concretamente questo rapporto: tutta la sua efficacia infatti si gioca a livello applicativo. Abbiamo già visto troppe riforme in favore di un maggiore rapporto scuola-lavoro che non hanno poi portato veri ed effettivi cambiamenti, per poter commentare già positivamente quella che ora è solo un’ipotesi. Attendiamo quindi di sapere cosa succederà nel concreto».
Anche Marino Bergamaschi, Direttore dell’Associazione Artigiani della Provincia di Varese, preferisce attendere l’effettiva applicazione del decreto: «L’alternanza scuola lavoro? Un provvedimento opportuno che, però, non può essere considerato una soluzione, ma solo un passo in avanti. Quello che chiediamo noi è, invece, un provvedimento più ampio e articolato che preveda un apprendistato professionalizzante, da mettere in atto al termine del ciclo scolastico. Nella legge 30, la legge Biagi, questa possibilità è già inserita ma la Regione Lombardia non l’ha mai attuata: mancano le linee guida e il denaro. Perché lo stage, per le nostre aziende medie e piccole, rappresentano un costo. Lo stagista va addestrato, deve affiancare un lavoratore, non possono certo essergli affidate mansioni che in quel momento sono scoperte, inoltre deve avere un’assicurazione contro gli infortuni.
Insomma, spesso le aziende devono investire il loro denaro nella formazione del giovane stagista. La Legge Moratti non mi pare che prenda in considerazione questo aspetto, né lo fa la Regione Lombardia, che potrebbe e dovrebbe, stanziare i contributi».
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