Carlo Lizzani incontra gli studenti al Liceo Classico
L'apprezzato regista di "Banditi a Milano" e "Mussolini ultimo atto" racconta la sua esperienza dietro la cinepresa dell'ultima fiction Rai sulle Cinque Giornate di Milano
La fiction "Le cinque giornate di Milano" costituisce l’ultima fatica di Carlo Lizzani (foto), prolifico autore di classici "impegnati" che hanno raccontato momenti drammatici della nostra storia come "Achtung! Banditi", "Il processo di Verona", "Banditi a Milano" e "Mussolini ultimo atto".
Lizzani in mattinata ha incontrato i ragazzi delle classi quarte ginnasio del Liceo Classico "Daniele Crespi" di Busto Arsizio. «A Milano nel 1848 si è assistito a una delle poche occasioni in cui le classi sociali sono state davvero unite» ha detto il regista. «Se fosse stato così anche altrove il Risorgimento non sarebbe rimasto un movimento d’élite, e l’Italia sarebbe stata ben diversa da quella che conosciamo». Si è quindi passati a discutere gli aspetti tecnici e stilistici del film, come ad esempio la scelta di incentrarlo su una storia d’amore. «Di circa 3-400 caduti durante le Cinque Giornate di Milano, ben cento furono donne. Fu un momento di profonda unione tra uomini e donne, come avvenne anche durante la Resistenza, cui presi parte a Roma; da qui la scelta». Lizzani ha quindi parlato delle "licenze storiche" che molti grandi autori si sono presi nel descrivere vicende passate, fino ad arrivare ai Romani e ai Macedoni di fantasia delle ultime grandi produzioni hollywoodiane ("Il gladiatore", "Alexander") o, al contrario, al rigore storico de "Le Cinque Giornate di Milano".
I ragazzi del Liceo "Crespi" sono apparsi molto interessati al mestiere del regista e a quello dell’attore, e ai problemi della libertà espressiva («che è massima nel comico» ha ricordato Lizzani), della scelta degli attori e così via. «Ricordate che è fondamentale la sceneggiatura» ha detto il regista dall’alto della sua esperienza, «è inutile, per esempio, scrivere un film comico senza avere già in mente gli attori. Oggi il lavoro degli sceneggiatori è sottovalutato, tutti vogliono dirigere e pochi scrivere per il cinema: ma è da una buona sceneggiatura che nasce un buon film».
Una carriera lunga e proficua come quella del regista romano nasce negli anni poveri del neorealismo, «quando quello del cineasta era un lavoro fisico, faticoso, senza orari. Lattuada, Rossellini, De Santis sono stati i miei maestri»: tra gli allievi va citato il bustocco Gilberto Squizzato
("L’uomo dell’argine", "Atlantis" e "Suor
Jo", di prossima uscita), suo aiuto regista in "Mussolini ultimo atto" e in altre due pellicole
Sessanta e Settanta sarebbe oggi considerato inaccettabile per ragioni
di audience,
Lizzani non si nasconde dietro a un dito: «Riconosco che la schiavitù
dell’Auditel ha scatenato negli ultimi anni una vera corsa al ribasso
della qualità dei prodotti televisivi». Anche le polemiche politiche seguite alla messa in onda della fiction di Lizzani non hanno mancato di essere oggetto di riflessione. «"Le Cinque Giornate di Milano" fu girato su pressione della Lega Nord, che poi trovò la figura del grande Carlo Cattaneo (padre nobile del federalismo democratico, ndr) troppo poco "lombarda" per i propri gusti e mi criticò. Con mia sorpresa, a difendermi furono, in coro, il "Manifesto" e il ministro Gasparri, quindi l’estrema sinistra e l’estrema destra…»
Vicende storiche come la guerra lasciano il segno: a proposito Lizzani ha raccontato, in un aneddoto spassoso, un suo sogno ad occhi chiusi di qualche anno fa. «Sognavo di dirigere un film di guerra, ed ecco che tra le comparse impegnate mi appariva… Adolf Hitler in persona! Presi un’arma e stavo per sparargli, con l’idea di diventare il giustiziere del secolo (che fosse l’epoca dei poliziotteschi?, ndr) , quando il sogno finì: la più brutta giornata della mia vita» ironizza il regista. «Comunque, non è necessario vivere eventi tragici per fare del buon cinema: come dicevamo decenni fa, non è che per far girare un altro capolavoro a Rossellini dobbiamo fare la terza guerra mondiale…»
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