Il tessile italiano “cavalca” la crisi a Bruxelles
Michele Tronconi e Francesco Marchi spiegano le iniziative che si stanno prendendo in sede europea per tutelare il settore
L’Europa non è insensibile al grido di dolore che si leva dal tessile italiano. A confermarlo, in occasione dell’assemblea del settore
tessile-abbigliamento presso l’Univa di Busto Arsizio, sono due esponenti del mondo industriale che di contatti con la UE se ne intendono come Michele Tronconi e Francesco Marchi. Tronconi (a destra nella foto) è vicepresidente dell’Unione Industriali, dell’Associazione Tessile Italiana e di Euratex, l’organismo con sede a Bruxelles che coordina e aiuta le associazioni del tessile-abbigliamento in Europa, ma anche in vari Paesi extracomunitari come Svizzera, Marocco, Turchia, Bielorussia; di Euratex Marchi (a sinistra nella foto) è il direttore degli affari economici.
Il 6 aprile scorso la UE ha approvato le linee guida per l’eventuale applicazione delle clausole di salvaguardia per il settore tessile. Tali clausole permetterebbero di limitare le importazioni di prodotti tessili extracomunitari a fronte di una situazione di grave crisi. Ma perchè le clausole di salvaguardia possano entrare in vigore è necessario un iter burocratico non lungo, ma che in tempi di urgenze assolute sembra interminabile. Spiega Marchi: «Quando si verifica che le importazioni superano un dato limite si attiva la procedura. Per prima cosa si apre un’inchiesta circa l’effettiva necessità delle clausole, che deve essere conclusa entro due mesi. A quel punto, entro un mese la decisione di applicare le clausole di salvaguardia deve essere sottoposta al voto dei paesi membri della UE: nella prima votazione una minoranza di contrari è sufficiente ad affossare la proposta, ma un mese dopo si rivota e questa volta per bocciarla serve la maggioranza assoluta». C’è però la scappatoia di una procedura d’emergenza che dimezza i tempi previsti, e che il settore tessile sta invocando a gran voce, come sottolinea Tronconi. «La partita è politica, e va detto che la questione del tessile-abbigliamento è molto sentita in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, e molto meno in Germania o Danimarca, che non hanno più un settore tessile consistente. Da questo punto di vista l’allargamento all’Est ci ha giovato, lì c’è chi condivide le nostre preoccupazioni». In Italia, sottolinea Tronconi, il 33% della manodopera industriale è impiegata nel tessile-abbigliamento e nel calzaturiero: le proporzioni dell’allarme sono intuibili, così come il sollievo che le clausole di salvaguardia potrebbero arrecare al settore. E c’è chi sta molto peggio di noi, come ricorda Marchi: «Vi sono Paesi poverissimi in cui il 70-80% della produzione industriale è concentrata nel tessile. C’è un Paese dell’Africa australe che addirittura, se entro giugno non riceverà ordinativi, dovrà chiudere tutto. Per questi Paesi la crisi è una calamità di proporzioni apocalittiche».
Tra gli strumenti d’azione del tessile europeo vi sono la questione ambientale, l’attenzione a ricerca e sviluppo ma anche strumenti più "offensivi" come la lotta alle barriere doganali altrui e la richiesta della marcatura d’origine (la Ue è l’unica area economica a non esigere il made in sui prodotti). Occorrono controlli più incisivi, osserva Tronconi, ma bisogna soprattutto mantere viva la filiera produttiva del tessile; per questo le griffe nostrane devono essere incentivate a preferire fornitori italiani.
La crisi attuale, particolarmente complessa, «è determinata», nella lucida analisi di Tronconi, «dall’impatto dell’espansione cinese sommato all’introduzione dell’euro, che ha reso meno conveniente il made in Italy, alla fine del sistema delle quote e ad una fase di stagnazione dei mercati interni».
I consumatori non hanno fiducia (la famosa "povertà percepita" che troppo spesso è fin troppo concreta, ndr), da qui la stagnazione; quanto a quote e dazi, il mercato europeo è il più aperto del mondo e ne scontiamo le conseguenze, mentre colossi emergenti come Cina e India manetngono elevati dazi sulle importazioni e gli Stati Uniti, che sbandierano liberismo a destra e a manca, ne applicano di ancora più elevati (quasi il 25%). Servono dunque regole al mercato: «Se io qui in Italia filtro i reflui della mia tintoria per non inquinare, rispetto una regola condivisa che mi vieta di fare il furbo a spese altrui: lo stesso deve avvenire a livello degli scambi globali. Free trade, but fair trade: commercio libero ma onesto».
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
lenny54 su Vestiti usati: anche a Varese il "fast fashion" manda in tilt la raccolta
GrandeFratello su Vestiti usati: anche a Varese il "fast fashion" manda in tilt la raccolta
ClaudioCerfoglia su Viale Aguggiari, il Demanio mette all’asta l’ex stazione del tram: un pezzo di storia varesina in cerca di futuro
pzellner su Tra i rifiuti nel lago di Varese riemergono anche decine di vecchi sci: superlavoro dei volontari alla Darsena di Cazzago
GrandeFratello su Un nuovo parcheggio a Sant'Ambrogio di Varese: è partito l'iter per uno spazio nell'ex campo da basket
UnoAcaso su Nel giorno dell'Unità d'Italia, Varese chiede la medaglia d'oro






Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.