Pressofusione, la fine di un incubo
Sono stati finalmente licenziati i 31 dipendenti dell'azienda. Fim Cisl e Fiom Cgil: «Si doveva concludere prima, la proprietà se ne è lavata le mani»
Ieri, 7 aprile, con la consegna delle lettere di licenziamento, si è conclusa la lunga odissea dei 31 lavoratori della Pressofusione Brebbia. Sono quasi 120 giorni che i lavoratori e il sindacato aspettavano la fine di questa lunga e complicata vertenza. Una trattativa complessa fin dal primo minuto, con la proprietà che non ha mai dato garanzie sul pagamento delle spettanze dei dipendenti e del trattamento di fine rapporto. Spettanze che con il passare dei mesi sono aumentate e oggi potrebbero ammontare ad oltre 200.000 euro. Dal 10 dicembre questi lavoratori e le loro famiglie sono stati costretti a vivere con 750 euro, cifra dei due acconti dati dall’azienda tra gennaio e febbraio.
Sono state coinvolti gli enti pubblici e gli organi di stampa, ma una soluzione non è stata trovata. La stessa Regione Lombardia, nell’incontro del 5 aprile scorso, ha dovuto prendere atto che non c’erano le condizioni per determinare un accordo sindacale e quindi si dichiarava terminato il periodo previsto dalla legge per la procedura di mobilità e di licenziamenti collettivi. Adesso finalmente gli ex dipendenti potranno iscriversi alle liste speciali di collocamento, chiedere l’indennità di mobilità all’Inps e cercarsi un posto di lavoro indispensabile alla maggior parte di loro, che in quanto immigrata, ha la necessità di avere un posto per ottenere il permesso di soggiorno. Rimane un credito da parte dei lavoratori da recuperare attraverso gli uffici vertenze, un credito che è formato da oltre tre mensilità e la tredicesima mensilità dell’anno scorso, i giorni di aprile fino al licenziamento, il preavviso previsto dal contratto, le eventuali ferie e permessi maturati, gli assegni familiari non percepiti in questi mesi, il trattamento di fine rapporto e i contributi obbligatori per la pensione.
Se la proprietà porterà i libri in Tribunale, sarà un curatore fallimentare a vendere i beni ancora presenti e a retribuire gli ex dipendenti, altrimenti dovranno essere gli stessi lavoratori a chiedere il fallimento per riuscire a recuperare i crediti maturati. I sindacati Fim Cisl e Fiom Cgil danno un giudizio negativo anche su come la proprietà ha condotto l’intera vicenda dal momento della decisione di messa in liquidazione ad oggi: «Si poteva, anzi si doveva concludere prima, anticipando i costi del licenziamento che in quel momento erano senz’altro minori dato che si era a fine gennaio, e poi vendere le macchine e recuperare le cifre anticipate. Invece ha deciso di starne fuori e questo non ha permesso nessuna conclusione condivisa per tutelare al meglio i lavoratori, viceversa ha messo in difficoltà per alcuni mesi 31 dipendenti e le loro famiglie».
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