Aumentano le famiglie a rischio povertà

Sono circa 40 mila nella nostra provincia. L'allarme lanciato in un convegno organizzato dal Decanato varesino

In provincia di  Varese sono più di  40 mila le famiglie a rischio povertà. È quanto è emerso dal convegno sulle nuove povertà, organizzato dal Decanato di Varese.
La soglia di povertà è stabilita a quota 869 euro per una famiglia composta da due persone e a 1150 per i nuclei con tre componenti. Secondo la relazione di Mario Banfi, del consiglio Decanale della Caritas, nel Varesotto almeno 20 mila famiglie hanno un reddito che non supera i 780 euro al mese e 23 mila quelle che sfiorano a malapena i 1000 euro.
Una situazione che è andata peggiorando 
negli ultimi anni a causa della crisi delle imprese manifatturiere della provincia che continuano ad espellere manodopera adulta, difficilmente ricollocabile nel mercato del lavoro.  In poco più di 10 anni, infatti,  si è quasi dimezzato il numero di lavoratori dipendenti ed è invece aumentata la precarietà. Solo nel 2004 il 74 per cento dei nuovi contratti di lavoro erano a termine.
«Quando si parla di povertà – spiega il sociologo Maurizio Ambrosini, docente di sociologia all’università di Genova – bisogna  analizzare tre tipi di fenomeni: la trasformazione economica, quella politica e quella culturale. Il primo riguarda il passaggio da una società industriale classica  ad una  postfordista, dove il mondo del lavoro è più fluido e dinamico ma più insicuro, capace di valorizzare i talenti individuali ma non di farci stare dentro tutti. Sul piano politico il welfare va ridefinito. Potremmo dire che il welfare è vittima di se stesso, l’aspettativa di vita si allunga e bisogna garantire fasce di popolazione sempre più anziana e meno produttiva. Infine la trasformazione culturale. Si passa da una visione di speranza alla paura di perdere il benessere conquistato.  Si forma la classe ansiosa, prevale la logica del nemico alle porte e si cerca di escludere chi rosicchia una parte del welfare. Oggi  gli esperti che viaggiano in Cina ed in India, Paesi emergenti, trovano in quei popoli un atteggiamento di grande speranza, come è stato per i nostri padri».

La Chiesa e le organizzazioni cristiane, come la Caritas, secondo don Peppino Maffi,  hanno un compito difficile ma doveroso: dare delle risposte concrete a chi chiede aiuto. «Bisogna dare un servizio alle persone e per farlo occorre lavorare in rete e insieme – dice il prevosto di Varese -. Ascoltare è il primo passo, ma poi bisogna agire. Quest’anno alle nostre scuole per operatore pastorale abbiamo formato 260 persone. Non basta dire cristiano ma bisogna esserlo».  Principio ribadito da don Roberto D’Avanzo, nuovo direttore della Caritas ambrosiana. «L’impegno verso il prossimo in difficoltà non puo’ essere solo un fatto formale. Quando un cristiano scarica la propria responsabilità o pensa che "non siano fatti suoi" allora commette un peccato mortale. L’esperienza del volontariato non deve finire con il gesto, ma continuare nella vita reale e deve modificare anche i nostri stupidi comportamenti consumistici. Bisogna inoltre riscrivere il lessico della solidarietà, evitare di rendere dipendenti le persone bisognose, troppo spesso oggetto del nostro narcisismo. Insomma è importante rompere la tendenza filantropica e recuperare il tema della responsabilità. Ricordate lo slogan "I care" di Don Milani?».

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Pubblicato il 02 Maggio 2005
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