Haier: «Varese ha le carte in regola per farcela»

Intervista con Enrico Alberto Macchi, Gallaratese, General Manager della multinazionale cinese del "bianco" che ha scelto Varese come base operativa

Qual è il futuro del settore dei grandi elettrodomestici in provincia? Dove andrà tutto il patrimonio storico di produzione del territorio? Siamo alla fine di un ciclo? Sono domande inevitabili, dopo la notizia choc dei licenziamenti in Whirlpool. Ma ognuna di queste domande porta con sé un dubbio, un tarlo. Quello  di una nuova multinazionale dei grandi elettrodomestici sorta proprio a Varese pochi anni fa, la cinese Haier.In provincia loro sono sbarcati meno di sei anni fa: hanno sbagliato destinazione? O al contrario sono la prova vivente che questo è un luogo privilegiato? Insomma: significa qualcosa il loro sbarco, proprio qui?
Queste domande le abbiamo girate direttamente a uno dei responsabili europei della società. Che, manco a dirlo, proviene da Whirlpool: Enrico Alberto Macchi (nella foto), Gallaratese, 41 anni (“40, fino al 22 maggio…”) ora è il General manager Human Resources & Legal di Haier Europe.
Sposato, due figli, Macchi ha avuto la sua prima esperienza multinazionale proprio nella sede di Comerio della multinazionale americana. E oggi si occupa dell’espansione della corporation cinese dal punto di vista delle risorse umane.

Perchè Haier ha scelto proprio Varese come sede Europea?
«Perché, insieme a Pordenone e Fabriano, è uno dei principali bacini storici per quanto riguarda le competenze nel settore. A livello nazionale, ma anche a livello europeo: guardando al continente, con storie così forti e radicate ci sono solo alcuni distretti tedeschi». 

Una fama che rischia di vacillare, dopo l’annuncio choc dei licenziamenti in Whirlpool, cosa che ha fatto crollare il mito del posto sicuro nella fabbrica di frigoriferi…
«Guardi, se non parliamo di posto fisso, quanto piuttosto di una possibilità sicura di trasferire e mantenere un bacino di competenze acquisite in generazioni, la situazione occupazionale del settore non è così grave… Varese è in una condizione eccezionale: ha una competenza tecnica che si trascina da generazioni ed è geograficamente strategica in un settore che è globalizzato per definizione. Inoltre è vicina a Milano e ha un aeroporto internazionale nel suo territorio. Territorio che per di più è pure bello, cosa che non guasta per attirare manager internazionali»

Un criterio di scelta che vale anche per Haier?
«Sì. Per di più Haier è un’azienda in pieno sviluppo e lo sarà per molti anni ancora: ha 50.000 dipendenti e oltre alla corporazione cinese c’è una direzione americana, una australiana oltre a interessi crescenti in Sudafrica e in Arabia. E vero che in Europa i lavoratori impiegati sono “solo” 500, ma la crescita del gruppo è impressionante: per diventare un gigante ci ha impiegato solo 15 anni. E l’anno scorso il marchio Haier è entrato nella classifica dei primi 100 marchi conosciuti al mondo. La prima è la Coca Cola, ma ha idea di quanto tempo ci ha impiegato per raggiungere quella posizione?» 

Torniamo a Varese e alla sua produzione: lei come valuta la situazione attuale?
«Varese ha nel suo territorio ben due realtà multinazionali del settore, anche se ovviamente Whirlpool è quella tradizionalmente più importante: una situazione che non può non avere un impatto forte sul territorio, soprattutto sull’indotto. Non parlo di conseguenze sul singolo operaio, quanto piuttosto di effetti di una esperienza accumulata dai lavoratori nei decenni. Per questo dico che l’indotto può dare ancora tanto, con competenze magari ancora non conosciute: sono convinto che ci sono ancora molte cose da scoprire e la consulenza che si può ottenere qui su questi argomenti è importante» 

Però sembra abbastanza evidente che il lavoro materiale andrà da un altra parte, dove costa meno…
«Andrà da un’altra parte, ma non tutto: cosa rimarrà, ancora non è chiaro, ma qualcosa rimarrà certamente». 

Insomma, l’impressione che le aziende cerchino qui progettazione e ricerca più che manodopera, e che questo stia cercando sul territorio anche la vostra azienda. Questo significa che di Haier qui ci sarà sempre solo “la testa”?
«Non si può dire molto al momento. Di sicuro c’è solo una cosa: che la Haier è in evoluzione e lo sarà sempre di più a Varese. E’ vero però che noi siamo più focalizzati sulla parte commerciale e sulla parte di ricerca e sviluppo. E qui, in questo campo, di competenze in effetti ce ne sono…»

Com’è possibile che una azienda florida licenzi? Cosa ci manca?
«Mettiamo innanzitutto in chiaro una cosa: Whirlpool continua ad essere un colosso e un leader del settore. E a questo, detto da un competitor, non può che credere… Il problema però è che ci siamo seduti sulla nostra gloria e sulle capacità. Diamo per scontato la nostra posizione dominante e questo è un male. Non è un discorso che vale per una sola azienda, ma per l’intero sistema economico. Chi mi preoccupa di più sono i giovani, che non mi sembra abbiano acquisito molte capacità di “andarsi a prendere” un lavoro… Un limite importante in una fase di transizione, dove qualcuno inevitabilmente finirà per pagarne il prezzo».

E la sua esperienza di manager, invece, come la considera?
«Innanzitutto devo dire che sono stato fortunato: ho sempre lavorato come volevo. Sia Whirlpool che Haier mi hanno dato tantissimo: una mi ha spalancato le porte su un mondo del lavoro, l’altra mi sta dando una marcia in più».

Qual è questa marcia in più?
«Il non ritenersi mai soddisfatti del risultato raggiunto: qui i buoni risultati si danno per scontati, e in compenso si spacca il capello in quattro sui problemi, per capire perché si è fallito in quel tal punto. E’ un sistema pesante, intenso, ma che dà molti risultati concreti»

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Pubblicato il 10 Maggio 2005
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