Le radici della pittura lombarda

Palazzo Reale ospita una importante mostra dedicata a Giovan Battista Crespi, maestro dell'arte seicentesca

C’è, in Lombardia, tutta una storia pittorica, tra la fine del ‘500 e il primo ventennio del ‘600; meglio, tra Piemonte, Lombardia e Liguria,  ancora tutta da scrivere.  Non tanto e non solo perché non si sono ancora individuati i “maestri” di riferimento, semplicemente perché ancora non si è puntato a declinarla  a partire dal bacino territoriale di appartenenza così da poterne parlare come si fa per i ferraresi, per i bolognesi, per i veneti o per i toscani.

Eppure le ragioni e le diversità iconografiche sussistono e sono di grande importanza  nell’individuazione di autori e stili e per capire i perché delle tante declinazioni pittoriche nell’arco del seicento.

In questa puntualissima mostra su Giovan Battista Crespi detto il CERANO emergono prepotentemente le differenze e le distinzioni, purtroppo, il catalogo, preziosissimo, incasella solo fatti e storie nella loro semplice evoluzione temporale.

Indicare le specificità e le peculiarità di una tale modo di fare pittura avrebbe giovato di più alla complessità della Storia dell’arte italiana, quasi sempre romano centrica e messo segni di distinguo sia  ai personaggi che hanno caratterizzato il tardo manierismo e lo spirito barocco lombardo sia alla rigorosissima ricostruzione storica. 

Proprio nella teatralità drammatica, nella torsione costruita dei corpi, nelle illusionistiche prospettive d’ombra o nei tocchi luministici che separano figure in primo piano e altre di minor formato che convivono nelle tele, nei brani di realtà sapientemente inseriti nelle narrazioni, nei bagliori dei solenni piviali che si offrono in larghe superfici colorate con pigmenti acidi o in quelle sacre rappresentazioni costruite all’interno di vicende cupe ma concretamente vissute in ogni istante sono rintracciabili le caratteristiche di un modo lombardo, di quello specifico pittorico che distingue il Cerano e gli altri autori federiciani.

In questa pittura d’impronta lombarda, non c’è più la serena e umanistica tensione pittorico-rinascimentale che negava, nel suo rappresentare, l’esperienza del negativo, ma è costantemente presente il tema tragico della morte e del morire. E non poteva essere che così in un territorio messo, anche geograficamente, a baluardo dalle eresie che provenivano dal Nord Europa.

La nuova iconografia cattolica attinse così alla vita dei Santi, dei Martiri, degli Angeli, ai miracoli da loro compiuti;  costruì pale d’altare con scene di tortura e di angoscia di pari passo a scene di rapimenti estatici o ad episodi di santità.

E’ la logica cattolica borromeana che nell’esaltazione della croce e del martirio imposta il fondamento della sua predicazione e testimonianza,  tanto che ne  diventa la chiave di volta per qualsiasi  composizione; dalle tele d’altare  alle sculture, dagli enormi teleri agli impianti pittorici e scenografici che animano le cappelle dei Sacri Monti , Così sui tavoli dei diversi santi effigiati appaiono sempre più spesso crani, oppure troviamo dei teschi semplicemente trattenuti tra le mani e insiemi tombe, scheletri, segni e strumenti della passione.

In una visione dei fatti e delle cose sempre meno edulcorata e sempre  più realistica, così che le immagini,  spogliate dal loro aspetto edonistico diventano mistiche, devozionali, pietistiche, emozionali.

Immerso nel magistero di Carlo Borromeo, il Cerano ne ricompone le vicende terrene e aggiunge, ai fatti della vita dei milanesi i fatti della vita di San Carlo, i suoi miracoli testimoniati. Basti vedere la serie delle tempere dedicate alle serie dei “Miracoli del Santo” per coglier la diversità di quel suo stile pittorico; alla narrazione dei fatti si lega in modo perfetto la dimensione spazio temporale dell’evento così che il fatto non è solo narrato ma visto, partecipato, reso soggettivo ed emozionale ad ogni astante.

Il Cerano vuole mostrarci la fisicità del fatto senza alcun compiacimento, poiché i crudi fatti delle narrazioni così come i referti delle malattie,  altro non sono che i quotidiani fatti della vita stessa.  I colori, poi,  non possono che abbandonarsi in gamme acidule, fatte di gialli, verdi o rosa esangui, e attraverso la trasparenza delle velature emergono le dettagliate descrizioni dei particolari mentre il racconto si allarga in quotidiane visioni e, nel composto intervento partecipativo del santo, avvengono anche i miracoli.

Qui sta la novità e la diversità di questa nostra pittura, nel saper contenere fughe prospettiche e scenografiche, nell’esibire luci e ombre fatte come lame taglienti e mai negando il crudo dato della realtà. Così la narrazione si fa evocativa, emozionale, ci rende partecipe, anche ora, anche adesso, e le storie si fanno cronaca, momento quotidiano, momento vissuto.   

Se la pittura barocca  romana ci aveva abituati ad essere avvolti dentro il superamento della visione perché il fatto immaginativo  apriva all’infinito e al trascendente, la nostra pittura non rivela novità di fede, non va alla ricerca dell’immaginifico per abbagliare, ha un fine più dimesso e anche nell’artificiosità di certi atteggiamenti manierati indica una modalità, un senso di disciplina, una misura e così,  pittoricamente parlando, trasforma la passione in virtù.

La mostra è articolata in un preciso percorso che denota proprio questa iconografia devozionale di matrice tridentina tipica di Cerano, Morazzone, Procaccini. Ci immerge nella ideologia dirompente della Milano di fine cinquecento e nella chiusa realtà dei due Borromeo, già a partire dal salone centrale di palazzo reale, in cui si respira l’intera storia cerimoniale di quel preciso momento milanese.

In mostra si da testimonianza anche di quelle opere meno ingombranti visivamente e che appartengono a destinazioni private come il “Riposo durante la fuga in Egitto”, che rientra in Italia dopo duecento anni, in cui sono riscontrabili analogie con il Morazzone  o come   la “Flagellazione di Cristo” di Palazzo Borromeo così come il ritrovato “Coronazione di spine” sempre nelle collezioni dei Borromeo. Andando oltre al salone carliano troviamo una serie di tele meno imponenti tra le quali ci piace ricordare la “messa in san Gregorio di Varese, in cui trasparenti figure d’angeli salgono in vertice verso un altare,  dentro un’ atmosfera sulfurea come nell’ antro di un’ umida  caverna scarsamente  illuminata, o le successive e numerose tele con San Francesco avvolte da una cupa luce in un’atmosfera fatta di pestilenziali umori, immerso in  luci ed ombre tanto care alle storie e alle vicende di manzoniana memoria.

 

Il    CERANO

1573 – 1632 protagonista del Seicento lombardo 

Milano, Palazzo Reale – Piazza Duomo

Dal 24 febbraio al 5 giugno 2005

Da martedì a domenica   9,30  20,00

Giovedì   9,30    22,00

uff. stampa  02/ 88450292/3

www.mostrailcerano.it

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Pubblicato il 06 Maggio 2005
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