Quando la stampa “sbatte il PIL in prima pagina”…
Lettere al direttore, di Cesare Chiericati
non passa settimana che stampa, radio e televisioni riversino docce scozzesi su lettori e radioteleutenti in tema di dati macroeconomici, in particolare quelli riferiti al PIL , prodotto interno lordo, che misura la crescita di un paese. E’ di oggi la notizia che il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo la stima del PIL tricolore passando dal -0,3% di qualche settimana fa allo zero attuale dopo aver preso in esame i dati moderatamente positivi del primo trimestre 2005. Qualche mese prima aveva invece peccato d’ottimismo assegnando all’Italia un + 1,2%. Naturalmente il balletto delle cifre non è una prerogativa esclusiva del FMI ma una pratica cara anche ad altri organismi internazionali e nazionali: Ocse, Ue, Istat più una variegata galassia di istituti che con stime, valutazioni, proiezioni ed estrapolazioni sollevano polveroni di cifre in cui il comune cittadino si orienta a fatica o rinuncia – questa la scelta più diffusa – ad orientarsi. Il disorientamento dei cittadini lettori o radioteleutenti è invitabilmente legato al fatto che i media si buttano a corpo morto sui dati diffusi sparando titoli in prima pagina e gridando "al lupo al lupo"nel bene e nel male senza interrogarsi sul significato, almeno spazio temporale, delle cifre diffuse dalle agenzie di monitoraggio. Una scelta scriteriata che spesso obbliga i media – talvolta anche i più titolati – a rimangiarsi quanto diffuso non appena la fonte, magari nel giro di pochi giorni, aggiusta il tiro statistico.
La verità è che non si possono trattare le notizie economiche come le veline o i mutevoli estri amorosi del marito di Sabrina Ferilli. A meno che la stampa e le radiotelevisioni a prevalente contenuto rosa non stiano diventando – ma forse lo sono già diventate – la stella polare di tutta l’informazione. Qualche decennio fa nelle facoltà di economia delle università italiane i professori non si stancavano di raccomandare ai loro studenti attenzione e prudenza nel maneggiare e nel giudicare i dati dell’economia, una regola elementare che i cosiddetti grandi media italici sembrano non conoscere.
di Cesare Chiericati
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