La fabbrica di cioccolato, sdolcinata e spietata
Nuovo capolavoro per il regista già autore di "Edward, mani di forbice" e "Big Fish", che torna a lavorare con Johnny Deep
Ricordare la propria infanzia, i dolori e le gioie, e non dimenticare di essere stati bambini. Willie Wonka e la fabbrica di cioccolato, una favola per grandi e piccini ricca di tenerezza e cattiveria allo stesso tempo, sdolcinata e spietata, come nello stile di uno dei pochi autori americani di oggi, Tim Burton. Il regista, per il suo nuovo capolavoro, che critici e addetti ai lavori avevano definito un suicidio, ha utilizzato un Johnny Deep in splendida forma, capace di dare vita a un personaggio ricco di tic, dall’apparenza felice, ma dal tormentato passato.
La fabbrica di cioccolato è tratto da un libro cult negli Stati Uniti, meno in Europa, dal quale fu già tratto un film Gene Wilder negli anni ’70, a sua volta divenuto di culto negli States. Con questa sorta di remake, più fedele all’opera letteraria, Burton regala agli spettatori un altro spietato stralcio sulla crudeltà e sui vizi comuni a tutte le persone, relegando la favola e i buoni sentimenti in un angolo della storia, commovente e inarrivabile, come in tutte le favole. Sostanziale per la riuscita del film, come in tutte le opere di Burton, il lavoro scenografico, ricco di invenzioni, originali, divertenti, ma soprattutto mai sopra le righe e sempre a contatto con la storia dei cinque bambini che vincono un biglietto per visitare la più importante fabbrica di cioccolato del mondo.
La fabbrica di cioccolato può sembrare un film per bambini, ma non lo è. Il vero protagonista è Johnny Depp, Willie Wonka, le sue frustrazioni, i suoi tormenti, il suo desiderio di lasciare un segno tramite le sue ossessioni, esattamente come il padre fece con lui. Dà disgusto vedere bambini viziati da genitori incapaci di contenerli, ma Burton riesce a non cadere nel ridicolo o nel luogo comune. Anzi, come già fece in Big Fish, porta all’eccesso i tic dei vari personaggi, quasi a farne delle macchiette, ma dando loro sempre una grande umanità, una grande motivazione alla loro ricerca di attenzione. Alla loro richiesta di non rimanere soli.
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