«Da Tradate ad Haiti in nome della solidarietà»
La storia di Renzo Imperiali, dottore di Abbiate Guazzone che si è recato per 35 giorni nella comunità di Marrouge dove da tre anni opera Don Giuseppe Noli

Un medico per insegnare a curarsi, a mangiare, a vivere. Renzo Imperiali è un comune medico di base che con la propria esperienza ha fatto crescere il progetto di don Giuseppe Noli, il prete che ormai da tre anni sta cercando di far crescere la comunità di Marrouge, 25 mila anime che vivono a nord ovest dell’isola di Haiti. Imperiali, 51 anni, è medico di base ad Abbiate Guazzone, per 35 giorni si è recato ad Haiti per dare un aiuto nel settore sanitario al prete originario di Tradate. «Non avevo mai fatto esperienze di questo tipo – racconta il medico, rientrato da poche settimane – e quello che posso dire con certezza è che non si tratta di un’esperienza fine a se stessa, andrà avanti nel tempo. La situazione a Marrouge è davvero drammatica e occorrono aiuti».
Haiti è attualmente un Paese senza Governo e per gli stranieri di pelle bianca è un pericolo muoversi isolati, i sequestri sono frequenti, così come gli omicidi: «Gli amici di Marrouge ci sono venuti a prendere all’aeroporto e nella capitale dovevamo muoverci sempre accompagnati – prosegue il medico -, ma per fortuna Don Giuseppe lavora in una comunità piuttosto lontana e più tranquilla». Imperiali si è recato ad Haiti insieme ad Elisabetta Bonetti,
volontaria insieme alla quale hanno portato medicinali e aiuti provenienti da Tradate. Ma non solo: entrambi si sono fermati sull’isola per oltre un mese, occupandosi soprattutto della parte sanitaria del progetto avviato da Don Giuseppe Noli. «Il progetto è molto amplio – spiega Imperiali -, occorre istruire, curare, costruire. Le scuole sono state avviate, ma servono pozzi per l’acqua perché gli abitanti bevono acqua sorgiva portatrice di malattie; serve la corrente elettrica e strutture. In quel posto non c’è praticamente nulla».
Lei di cosa si è occupato?
«Insieme ad Elisabetta, che in passato ha seguito un corso come crocerossina, ci siamo occupati di un dispensario di primo livello, un ambulatorio di quattro locali che, grazie a un contributo della Caritas, ha aperto lo scorso maggio riuscendo a dare lavoro a due infermieri e una segretaria, tutti del posto. Appena si è sparsa la voce che c’era anche un dottore, le visite giornaliere sono raddoppiate. Visitavamo anche quaranta persone al giorno. La cosa più importante è che siamo riusciti a formare gli infermieri che ci facevano da assistenti e a trasmettere loro la nostra esperienza e conoscenza. Ce molto bisogno di esperienza, in tutti i settori».
Come medico quali sono state le difficoltà maggiori?
«Mi sono dovuto adattare perché le patologie sono diverse. Non esiste istruzione, la gente si deve arrangiare per curarsi. Per lo più mi trovavo di fronte persone con malattie gastrointestinali dovute alla scarsa igiene e alla scarsa alimentazione. Lì la popolazione mangia una volta al giorno, con soli prodotti della terra che spesso non sono sufficienti per tutti. Basti pensare che l’età media di un uomo è di circa 50 anni».
E come uomo, quali difficoltà?
«Ero preparato a cosa mi sarei trovato di fronte. Ma non è mai come te lo aspetti. È stato difficile, bisogna sapersi adattare. Di fronte a questa miseria non si è mai preparati abbastanza. Io vivevo da Don Giuseppe, avevo tre ore di corrente al giorno grazie a un generatore, ma ero un privilegiato».
Adesso di cosa c’è bisogno?
«È Elisabetta che tiene i contatti con Don Giuseppe, quasi settimanalmente. Lei si occupa di gestire i diversi progetti, a recuperare i fondi necessari per scuole, pozzi, elettricità. Io ho steso quattro progetti dal punto di vista sanitario: occorre potenziare il dispensario con maggiori attrezzature, l’ideale sarebbe creare una radiologia; serve creare un piccolo laboratorio analisi; inoltre serve fare questo tipo di formazione almeno due volte l’anno; per ultimo ma non meno importante, occorre creare un punto di riferimento per bambini disabili, dove si possano trovare almeno una volta alla settimana in modo da “alleggerire” le famiglie. Questi progetti sono già sulla carta e qualcosa si sta già muovendo».
Ad esempio?
«Recentemente un altro volontario di Abbiate si è recato a Marrouge e ha montato sul dispensario dei pannelli solari con cui scaldare l’acqua. Inoltre, in certe zone internet sembra essere presente: si potrebbe avviare una sorta di assistenza e formazione via e-mail. Ma quello che occorre subito dal punto di vista sanitario sono dei testi di primo soccorso in lingua francese, difficili da trovare».
Per il futuro?
«Non occorrono solo risorse economiche, occorrono volontari. Personalmente credo di avere iniziato un percorso e di essere entrato in contatto con un mondo che, una volta conosciuto, è impossibile abbandonare. Si può essere utili anche a distanza, occorre solo la volontà di farlo».
Per chi volesse avere ulteriori informazioni sui progetti per Haiti può scrivere una mail a Elisabetta Bonetti all’indirizzo eibonetti@inwind.it oppure visitare il blog in costruzione http://papimal.splinder.com
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