Jean Michel Folon: «La tragedia è il prezzo dell’amore»

Il 20 ottobre scorso moriva il grande artista belga. Riproponiamo un'intervista realizzata a Montecarlo da Nicoletta Romano

È quasi mezzanotte. Di una sera particolare, di un giorno che si è terminato in una maniera tristemente particolare. Mettendo ordine, o meglio nel tentativo di, cado su alcuni dei vecchi articoli scritti in francese dei miei tempi a Bruxelles. Tra questi, una delle mie interviste all’artista scultore Jean Michel Folon. Pochi minuti dopo accendo la televisione. Tgi Rai Uno: Jean- Michel Folon si è spento a Montecarlo…Sono quei momenti in cui si pensa che qualcuno ci chiami, ci voglia vicino, forse perché qualcosa è accaduto quel lontano giorno di aprile del ’95, mentre intervistavo questo grande artista in un bistrot del quartiere antiquario della capitale belga. O, qualche anno dopo, al tavolo di un altro bistrot, alle nove di mattina in riva al mare, a Montecarlo. Forse perché tra di noi vi erano "des atomes crochus", degli atomi che si sono agganciati, come direbbero oltralpe. Per questo mi sento in dovere di rendere omaggio a questo grande artista belga, conosciuto nel mondo intero come colui che vedeva il mondo con uno sguardo da bambino. Ecco qualche passaggio dell’intervista, che traduco velocemente dal francese scusandomi del mio italiano a volte un po’ troppo "francese."

Le sue opere mi sembrano impregnate di quello che Kundera chiamava "l’insostenibile leggerezza dell’essere", gli dico d’emblée. Folon depone la sua tazza di caffè fissandomi un momento con intensità senza dire niente. 
«È esattamente così. Lei ha trovato la definizione esatta: l’insostenibile leggerezza dell’essere. Da quando disegno, ogni volta che si parla di me non ci capisco mai un granchè. Vengo preso per un dolce sognatore, un poeta che usa i colori più leggeri, come se tutto mi venisse naturale, i temi, le idee, questi mondi che invento…La realtà è molto diversa. Passo la vita a lavorare, da mattino a sera, a volte di notte. È un lungo travaglio. Nel corso della mia carriera ho realizzato centinaia di manifesti, sovente benevolmente, rivolti a delle tematiche dolorose. Le faccio un esempio: mi vengono richiesti quattro manifesti per la lotta contro l’AIDS. Un tema terribile. Ma lo devo eseguire lo stesso. Una rappresenta un occhio, attento, da cui scende una lacrima a forma di cuore: la tragedia è il prezzo dell’amore. È spaventoso…eppure mi dicono: ma che bel manifesto, perfetto per la camera dei bambini!. .Vede, quando si pensa alle mie creazioni ho l’impressione di venire frainteso e temo che la maggior parte della gente non vada fino al cuore dei miei procedimenti creativi. Mi dicono: "Le sue sculture assomigliano ai suoi disegni". Non è vero. "La scultura il "Taciturno" è un uomo molto solo che esprime tutta la solitudine del mondo. Il mondo che invento è doloroso, greve, perché il nostro è così. Ma non sono masochista. Ecco questa insostenibile leggerezza dell’essere. Noi viviamo pur sapendo che non durerà per sempre. Eppure si ha voglia d’amare e di essere amati. Io amo la bellezza, la gente, partire, muovermi, spiccare il volo…»

Cosa l’ha spinta a passare alla scultura?
«Ho passato 30 anni della mia vita a disegnare. Sei anni fa il Metropolitan Museum di New York mi ha chiesto una retrospettiva delle mie opere per una durata di 4 mesi. Venni autorizzato a disegnare il museo nel giorno di chiusura. Ho percorso il più bel museo del mondo da solo, ammirando per ore tutte le sue meraviglie, impregnandomi di Antico Egitto, di Africa. Sono tornato in Francia traboccante di queste sensazioni così forti. Un giorno ho preso un coltello da cucina e sono andato nella foresta. Ho preso un pezzo di legno. È diventato un uccello e tutto ad un tratto mi sono ritrovato con 50 sculture intorno a me. La cosa è andata avanti tre anni. Rimasero nel mio giardino, sotto l’acqua ed il sole cocente. Finirono per fendersi. E allora improvvisamente desiderai vederli esistere. Presi un pezzo di terra e ne uscì un personaggio che si è messo a esistere in tre dimensioni. Era appassionante ma duro. Lo facevo per me stesso, per superare me stesso».

Che effetto le fa vedere oggi le sue sculture nei giardini del "Petit Sablon"?
«È un miracolo. Il luogo preferito della mia infanzia. Un salone a cielo aperto. Si fondono così bene nell’ambiente che delle persone mi hanno detto:" Hanno trovato il tempo di circondare le sculture di tulipani…"Sa io sono un vero bruxellese, amo ogni pietra di questo luogo».
Com’è il suo ritmo di lavoro?
«Mi alzo e vado a dormire come un panettiere, pieno di farina di gesso!»
Lei dà l’impressione di essere tormentato, di soffrire…
«Ho un figlio autistico e mi occupo di un’associazione che si occupa di questi casi assieme a Odette Ventura, vedova dell’attore Lino Ventura. Quando esco da lì sento le mie forze decuplicate. Non ho il tempo per essere infelice. Il fatto di vivere con questi ragazzi mi da un’immensa energia. Sono straordinari, si sorpassano quotidianamente. Hanno un tale bisogno d’amore. E’ grazie a questi ragazzi che si trova il meglio in noi stessi. Accanto a loro tutti i nostri problemi appaiono così derisori. François, mio figlio, lo porto con me dappertutto, lo adoro e gli devo molto…"

La sensazione è che lei conservi preziosamente l’infanzia che si porta dentro.
«Più si diviene adulti, più si cerca di ritrovare il bimbo che fummo. Ricordo, a Roma, un giorno incontro Fellini all’uscita da uno studio medico. Facciamo la strada insieme. Fellini rimane a lungo silenzioso poi, improvvisamente mi dice: in fondo, cos’altro facciamo durante il corso della nostra esistenza se non dare vita ai nostri sogni dell’infanzia?»

Di che segno è, Maestro?
«Sono un pesce che passa la vita a disegnare uccelli!»

Jean-Michel Folon amava molto il nostro Paese dove aveva anche trovato l’amore nella figlia del proprietario della leggendaria galleria d’arte "il Milione". Per anni Milano è stata ingentilita dalle sue immagini che rendevano, attraverso la loro apparente dolcezza, meno amara la vita.

Nel corso del nostro ultimo incontro a Montecarlo, mi parlò ininterrottamente di suo figlio, il suo grande amore, la sua grande forza, il suo meraviglioso, doloroso segreto. François, lo aveva portato in cima ai grattacieli affinchè potesse meglio veder le stelle. Jean-Michel Folon , ha spiccato il volo, per raggiungerle, scortato dai suoi omini, appoggiandosi alle ali dei suoi famosi gabbiani. Salut, l’artiste…

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Pubblicato il 31 Ottobre 2005
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