«La riforma scoraggia i nostri giovani»
La Riforma Moratti non piace al mondo della ricerca: «Incoraggia i giovani a fuggire all'estero»
È un periodo difficile per l’universo scuola. Da una settimana nei principali atenei va in scena la protesta: contestazioni, lezioni in strada, manifestazioni. Si contesta il disegno di legge approvato in Senato, ora al vaglio della Camera. Tra i più arrabbiati i ricercatori che vedono ridursi ulteriormente gli incentivi a rimanere in Italia.
All’Università dell’Insubria gli echi della protesta arrivano sfumati: non ci sono segni di insofferenza, anzi alcuni docenti si sono detti d’accordo con le linee guida tracciate dal Ministro Moratti. Solo tra i corridoi dove si affacciano i laboratori si possono raccogliere malumori e giudizi negativi.
«La montagna ha partorito il topolino – commenta Adriano Martinoli ricercatore della facoltà di Scienze – c’è la sensazione che il testo debba passare a tutti i costi: non si capirebbe altrimenti il ricorso alla fiducia in Senato e la chiusura quasi totale ad ascoltare le richieste che si levano dal mondo accademico. È stata scritta in modo frettoloso e metterà in difficoltà che dovrà applicarla».
Che ci fosse bisogno di una ventata di novità sono d’accordo tutti, ma le innovazioni introdotte sono marginali e non risolvono i problemi strutturali: «Il sistema andrebbe innovato profondamente, ma forse c’è l’esigenza di fare le cose in fretta prima della scadenza della legislatura».
Articoli abrogati per poi essere citati più avanti, introduzione di una nuova figura ( ricercatore aggregato) che complica il sistema della docenza, ritorno al concorso nazionale che non farà altro che riproporre gli stessi schemi utilizzati da quelli locali che, a loro volta, li avevano ereditati dal precedente sistema nazionale.
«Il sistema previsto per i giovani ricercatori non è nulla di rivoluzionario. Dilata e ufficializza solo una situazione di precariato che i nostri ragazzi già mal digerivano, soprattutto se consideravano le opportunità all’estero. Invece di investire sulla ricerca, sull’entusiasmo dei giovani, che sono poi coloro che si “sporcano le mani”, sulla voglia di fare, si pongono tali e tanti barriere, ostacoli disincentivi che sembrano solo voler danneggiare il sistema. Si è voluto applicare uno stile anglosassone che però, a differenza dell’Italia, si poggia su un sistema flessibile: negli Stati Uniti ol ricercatore che vuole spostarsi deve solo bussare alla porta di un altro ateneo. Da noi è impossibile perché c’è il concorso. Invece di pensare a costruire una classe di ricercatori competitiva a livello europeo, mettendo tutti in condizione di dare il massimo, si pongono ostacoli che porteranno le nostre menti ad andare all’estero. Allora mi chiedo: perché coltivare, formare e preparare con tanto impegno i nostri giovani per poi negare loro un futuro dignitoso?»
Adriano Martinoli lavora fianco a fianco con i laureandi di scienze: «Io, di fondo, sono ottimista. Io dico sempre ai ragazzi che se si impegnano trovano la propria occasione. Ma oggi mi scontro con prospettive difficilmente allettanti e sono un po’ meno ottimista. Magari tra qualche anno mi dovrò ricredere: oggi come oggi sono alquanto scoraggiato».
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