Il “machismo” è duro a morire

La condizione delle donne latinoamericane al centro dell’incontro con la scrittrice cubano-nicaraguense María López Vigil

Questione di genere in America Latina”, questo il titolo dell’incontro di venerdì 18 novembre organizzato dal gruppo “Mani Tese” di Gallarate al circolo Acli.

Luisa Di Matteo, rappresentante del gruppo gallaratese, ha aperto la serata introducendo l’ospite d’onore, María López Vigil, giornalista e scrittrice cubano-nicaraguense, autrice di libri di testimonianze sulle condizioni dei paesi centroamericani.

Presenti all’incontro anche Gabriella Sberviglieri, consigliere di Parità della  Provincia di Varese e Marco Cantarelli, direttore dell’edizione italiana di “Envío”.

L’intervento di María López Vigil è stato molto significativo. La scrittrice nicaraguense, con l’aiuto di un interprete (Marco Cantarelli), ha proposto al pubblico presente un’occasione importante per riflettere sulle battaglie che le donne latinoamericane da sempre hanno dovuto sostenere in nome dell’uguaglianza dei diritti umani. La riflessione si è focalizzata sulle condizioni delle donne centroamericane.

Nei paesi del Centro America, fondati per lo più su un’economia di tipo rurale, vige il modello della “delocalizzazione”, per cui esistono molte industrie straniere (soprattutto coreane e taiwanesi) dove l’80% della manodopera è femminile ed è normalmente impiegata per 12-14 ore al giorno.

Ad aggravare la situazione femminile sono le enormi differenze sociali tra uomini e donne, in particolare in Guatemala e in Nicaragua, dove circa un terzo delle case è portato avanti da una donna. Il tasso di assenteismo dell’uomo all’interno delle mura domestiche è infatti molto alto.

La società centroamericana è molto contraddittoria, e a subirne le conseguenze sono ancora una volta le donne: mentre sostengono l’economia domestica, subiscono violenze da parte degli uomini. La casa, infatti, rappresenta per loro il luogo più insicuro dove avvengono abusi sessuali e casi di incesto.

Alla radice del “dominio” esercitato dagli uomini nei confronti delle donne esistono certamente ragioni di ordine economico e sociale, ma quelle culturali-religiose spiegano meglio la questione.

In una società così fortemente arretrata, per l’uomo è fondamentale avere più donne per riuscire, nell’arco della vita, ad avere più figli possibili. Non è un caso che il Nicaragua detenga il record mondiale di crescita demografica, se si pensa che in media ogni donna dà alla luce 5 figli (per 1/3 nati da ragazzine tra gli 11 e i 14 anni).

La popolazione nicaraguense è molto giovane (la metà ha meno di 15 anni) e a questo si aggiunge la mancanza di scolarizzazione (1 milione di bambini non viene mandato a scuola, bensì al lavoro). La precocità delle gravidanze è da attribuire in buona parte a fattori culturali. Per le donne infatti avere un figlio rappresenta l’unico modo per ricevere rispetto dal proprio uomo. C’è quindi un enorme bisogno di educare “sessualmente”, sia uomini sia donne, ma qualcosa sta pian piano cambiando. Le nuove generazioni stanno cambiano modo di pensare. Un detto nicaraguense tramandato di madre in figlia dice che le cose possono cambiare; devono però passare quattro generazioni perché qualcosa cominci a vedersi.

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Pubblicato il 20 Novembre 2005
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